Verso l’Unità

Nel 1856, al Congresso di Parigi che chiuse la guerra di Crimea, il Piemonte fu ammesso tra le grandi potenze e da quel momento il suo prestigio aumentò agli occhi dei patrioti italiani. Compresi quelli che vedevano Mazzini come l’interprete più onesto e appassionato della causa nazionale.
Così si impose la soluzione monarchica su quella democratica e il metodo moderato prevalse su quello rivoluzionario.
Da quel momento Torino divenne il punto di riferimento di tutti i patrioti. L’Italia rinunciava a nascere dalla rivolta dei popoli, scegliendo la via diplomatica del Piemonte, riconosciuto il più efficiente e il meglio amministrato degli Stati italiani, grazie alla politica liberista di Cavour.
Napoli ha avuto il merito simbolico di inaugurare la prima ferrovia, ma quella novità si limitava a poche decine di chilometri. Il Piemonte, al contrario, aveva già costruito una rete ferroviaria di 850 chilometri.
Il Regno delle Due Sicilie aveva conti in ordine, ma era senza strade, senza scuole e senza servizi. Torino creava debito pubblico, ma investiva nel potenziamento dell’agricoltura, nello sviluppo delle comunicazioni e nell’ammodernamento industriale, con l’obiettivo di rendere il Piemonte competitivo verso le economie straniere.
Il napoletano Scialoja mise a confronto le politiche economiche dei due Stati e capì che l’unificazione avrebbe portato squilibri sul tessuto produttivo della penisola. Le industrie meridionali, cresciute al riparo dei dazi e protette dalla concorrenza esterna, si sarebbero trovate esposte a una competizione alla quale non erano preparate. Quelle piemontesi, più organizzate, più moderne e capaci di offrire merci migliori a costi inferiori, avrebbero inevitabilmente prevalso.
Nella sua previsione Scialoja previde una delle contraddizioni dell’Italia unita ancora oggi non sanata: l’unità della nazione avrebbe causato, sul piano economico, uno squilibrio destinato a segnare a lungo i rapporti tra Nord e Sud.
Cavour, che ora aveva il controllo di tutte le forze patriottiche italiane, s’incontrò con Garibaldi facendogli capire che presto sarebbe venuto il momento d’agire, ovviamente agli ordini del Piemonte. Cavour offriva la rivoluzione senza rivoluzione, e questo era il nemico con cui doveva vedersela Mazzini, convinto, invece, che in Italia ci fosse un forte potenziale rivoluzionario.
Questo di credere a un potenziale rivoluzionario che non esisteva, è stato il suo errore.
La stessa cosa la pensava anche Carlo Pisacane, napoletano di nobile famiglia, che suggerì a Mazzini l’idea di fare una rivolta nel Sud. Mazzini era convinto che al Sud ci fosse poco materiale rivoluzionario; mentre Pisacane la pensava esattamente al contrario, proprio per le condizioni di arretratezza dei contadini meridionali che li predisponeva alla rivoluzione.
Nel luglio del 1857, Pisacane e i suoi compagni vennero trucidati a Sapri, attaccati sia da un reparto borbonico, sia proprio da quei contadini che egli intendeva sollevare. Ferito, preferì uccidersi con un colpo di pistola.
(continua)



