Cavour e Mazzini
- Stefano Quadri

- 25 mag
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Nel 1852 la sfida per l’unità d’Italia si stava giocando su questo terreno: mentre Cavour inseriva il Piemonte nel conflitto di Crimea al fianco di Francia e Inghilterra, Mazzini capiva che quella non era una semplice mossa militare, ma una precisa strategia politica: l’Italia non sarebbe nata da una sollevazione popolare, ma da un gioco diplomatico con le grandi potenze.
Per questo motivo la sua critica fu durissima. Gli sembrava intollerabile mischiare il tricolore italiano con i simboli delle monarchie straniere e perfino dell’Austria, il grande nemico contro cui tanti patrioti avevano combattuto.
Cavour stava consegnando l’unità d’Italia alle diplomazie europee, sottraendola agli italiani.
Quella scelta segnò una svolta irreversibile. Da quel momento l’iniziativa politica passò dal campo democratico a quello monarchico-moderato. L’idea mazziniana di una rivoluzione nazionale sostenuta dal basso perdeva terreno, mentre avanzava la prospettiva di un’unificazione realizzata dall’alto, sotto la guida della dinastia sabauda.
Cavour partiva da una constatazione purtroppo reale: i patrioti erano pochi, isolati e non avevano l’appoggio delle masse popolari. Mazzini vedeva chiaramente il prezzo di quella via: un’Italia costruita grazie a forze esterne sarebbe nata senza una vera coesione morale e civile, priva di quel legame interiore che solo una partecipazione profonda del popolo avrebbe potuto garantire.
La differenza tra i due non era una semplice divergenza tra idealismo e realismo. Entrambi, in realtà, capirono una verità sostanziale.
Cavour capì che, nelle condizioni concrete del tempo, l’unità non poteva essere ottenuta attraverso la rivoluzione e l’insurrezione.
Mazzini capì che una nazione fondata più su equilibri internazionali che sulla maturazione di una coscienza comune sarebbe rimasta fragile.
Il futuro avrebbe dato ragione a entrambi: l’Italia si fece secondo la via cavouriana, perché quella era l’unica realmente praticabile; ma una volta fatta, svelò tutta la debolezza del suo legame interno, confermando i timori del patriota genovese.
Con questa scelta, Cavour sottraeva definitivamente l’iniziativa al movimento rivoluzionario e avviava il problema italiano a una soluzione monarchica e conservatrice.
Entrambi erano nel vero.
Lo era Cavour quando diceva che l’Italia non potevano farla i pochi patrioti, perché dietro di loro non avevano le masse popolari.
Lo era Mazzini quando diceva che un’Italia fatta con le armi straniere era inutile farla perché quel mastice non avrebbe tenuto.
I fatti dimostrano ancora oggi che avevano ragione entrambi.
L’Italia si fece come aveva voluto Cavour perché non c’era modo di farla altrimenti. Ma il mastice si rivelò debolissimo, come aveva previsto Mazzini.
Con la pace di Parigi del 1856 il Piemonte venne ammesso al congresso accanto alle grandi potenze europee ed ottenne grande visibilità politica. Da questo momento il patriottismo italiano cominciò a spostarsi decisamente verso Torino.
(continua)



