L'Unità d'Italia
- Stefano Quadri

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Il Risorgimento fu una guerra di liberazione contro l’Austria, ma anche una guerra politica interna tra moderati e democratici.
La vinsero i moderati perché avevano alle spalle lo Stato sardo-piemontese e appartenevano alla nobiltà e alla media e grande borghesia.
Il fronte democratico invece era vario: studenti, intellettuali, piccolo borghesi, artigiani, qualche operaio. Un insieme frammentato e difficile da trasformare in forza politica stabile. Mazzini tentò di darle unità con il Partito d’Azione, ma mancava il legame decisivo, e cioè un ampio seguito popolare.
Un altro vantaggio dei moderati è che ebbero Cavour, un competente uomo di Stato. I democratici gli opposero Garibaldi, grande uomo d’azione, ma senza visione politica, e Mazzini, mente eccelsa, ma inadatta al comando.
Il 17 marzo 1861 i moderati diedero vita a uno Stato che nasceva con due vizi.
Il primo fu il centralismo: un paradosso se si pensa che molti moderati erano autonomisti e avrebbero preferito una confederazione sotto la corona dei Savoia.
Il secondo fu la nascita di una oligarchia chiusa: i moderati, dopo aver costruito lo Stato, se ne appropriarono trasmettendolo di generazione in generazione come un bene di famiglia. Le masse popolari ne rimasero estranee e continuarono a identificarlo con la borghesia dominante.
“È la storia di oggi, ma cominciò allora”.
Il Risorgimento trovò la sua voce più potente in Giuseppe Verdi (autore de l’Aida, la Traviata, il Rigoletto, il Nabucco, il Trovatore, ecc.).
Il Va’, pensiero del 1842 fu un successo enorme e Cavour volle che Giuseppe Verdi sedesse nel primo Parlamento italiano che si riunì nel 1861.
Lo Stato Italiano, proclamato il 17 marzo 1861 fu, di fatto, l’annessione al Piemonte degli altri Stati della penisola. E poiché lo Stato piemontese era progettato su quello francese, cioè rigorosamente centralista, ove il Prefetto è praticamente onnipotente, questo fu il modello esteso a tutta l’Italia, che così nacque centralista.
Mancò una spinta rivoluzionaria dal basso, l’unica che avrebbe potuto contenere il potere centrale.
Nel 1861 l’Italia, ancora priva del Lazio e delle tre Venezie, contava circa ventidue milioni di abitanti, che per la prima volta dalla caduta di Roma, cioè dopo quindi secoli, si trovavano sotto lo stesso tetto politico e sotto le stesse leggi.
Il Paese era povero, il 70% viveva di agricoltura, e pieno dei debiti contratti dal Piemonte per le guerre di liberazione.
Gli analfabeti erano l’80%: ma nel Nord era del 50%, mentre nel Sud del 90%.
Forse gli appelli di Mazzini rimasero inascoltati perché molti italiani non sapevano leggerli, e il Risorgimento restò l’iniziativa di una piccola élite.
Il 6 giugno 1861, poco prima di morire, Cavour indicò come suo successore Bettino Ricasoli, uomo di grande rigore morale.
Il Re lo nominò il 12 giugno, senza entusiasmo, giudicandolo poco manovrabile.
Ricasoli accettò l’incarico, rifiutò lo stipendio da ministro (lo chiamava “la paga”) e persino i biglietti ferroviari gratuiti.
(continua)


