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Fino all’Unità


Nel settembre 1859 le assemblee di Toscana (Ricasoli), Modena e Parma (Farini) ed Emilia Romagna (Minghetti) votarono l’annessione al Piemonte.

Il consenso non fu spontaneo. Le campagne, spesso convinte da parroci legati al vecchio ordine, accolsero con sospetto il progetto unitario; Ricasoli ordinò ai prefetti di spingere i contadini al voto, con le buone o con le cattive.


L’Italia nasceva da un paradosso che pesa ancora oggi: il progetto di pochi uomini e la inattività di una maggioranza lontana dall’idea di nazione.

Nel Regno delle Due Sicilie Francesco II respinse la proposta di Vittorio Emanuele II di dividere la penisola in due grandi Stati, uno al Nord e uno al Sud.

Garibaldi il 5 maggio 1860 partì da Quarto con 1.088 volontari sui piroscafi Piemonte e Lombardo.


La maggioranza era bergamasca di estrazione borghese o artigiani; c’era un giovane poeta, Ippolito Nievo, il figlio di Garibaldi, Menotti, e c’era anche Francesco Crispi con la moglie, Rosalia Montmasson, unica donna della spedizione.


Dopo la conquista della Sicilia, Garibaldi attraversò lo stretto di Messina ed entrò a Napoli il 7 settembre e cominciò ad avanzare verso il Volturno.

Nel frattempo Cavour ottenne da Napoleone III il consenso ad attaccare Marche e Umbria. La campagna durò diciotto giorni e si decise a Castelfidardo, dove l’esercito piemontese capeggiato da Cialdini sconfisse le truppe pontificie di Lamoricière.

Il 1° ottobre 1860 Garibaldi batté i borbonici al Volturno.


Gli annessionisti fecero manifestazioni di piazza e ai plebisciti stravinsero i sì all’annessione.

Il 26 ottobre 1860 Garibaldi incontrò Vittorio Emanuele II a Teano; poco dopo cadde Capua e Francesco II si rifugiò a Roma. Il 7 novembre il re entrò a Napoli.


Mazzini tentò di convincere Garibaldi a marciare su Roma e Venezia, ma il generale rifiutò perché per quell’impresa occorrevano mezzo milione di soldati.

La legge elettorale con cui si votò nel gennaio 1861 concedeva il diritto di voto esclusivamente ai cittadini maschi che avessero compiuto i 25 anni e pagassero almeno 40 lire di imposte annue: in pratica, meno del 2% della popolazione.


Inoltre, il clero invitò molti cattolici ad astenersi dalla partecipazione alle elezioni, con la conseguenza che, dei circa 418.000 aventi diritto, si recarono alle urne soltanto 240.000 elettori.


Dei 443 deputati eletti il 27 gennaio 1861, solo 80 appartenevano all’opposizione democratica, mentre i cattolici più conservatori, avendo scelto l’astensione, non ottennero alcun rappresentante.


La larga maggioranza dei seggi fu così conquistata dai liberali moderati guidati da Cavour, che costituirono la cosiddetta Destra storica.

Questa netta maggioranza parlamentare rese possibile la proclamazione del Regno d’Italia e la conferma di Vittorio Emanuele II come suo primo re.


Mazzini chiedeva che il primo Parlamento facesse da Costituente e redigesse un patto tra il Re e la Nazione, ma Cavour disse che il popolo aveva espresso con i plebisciti la volontà di affidarsi al Re.


In meno di due anni Cavour aveva fuso al Regno sardo-piemontese, la Lombardia, i Ducati di Parma e Modena, il Granducato di Toscana, Umbria e Marche ex pontifici e il Regno delle Due Sicilie.


Al compimento dell’unità nazionale mancavano solo Venezia, sotto l’Austria, e il Lazio, sotto il Papa protetto da Napoleone. (continua)

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