Lo Stato Piemontese
- Stefano Quadri

- 23 mar
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La politica europea era sempre più orientata alla creazione di Stati nazionali (l’Impero austriaco era un’eccezione), ed il Piemonte, con la sua Costituzione che ne faceva uno Stato, era in linea con la storia europea.
Le forze reazionarie, che governavano tutta la penisola tranne il Piemonte, erano ormai fuori dalla storia, mentre il Piemonte, ove erano al potere i moderati, era l’unico Stato italiano in linea con l’Europa.
Il 6 agosto 1849 il Piemonte firmò il trattato di pace con l’Austria ottenendo lo sgombero da parte austriaca di tutti i territori occupati ed il ristabilimento dei vecchi confini; in cambio pagò un risarcimento di 75 milioni di franchi.
In Piemonte vennero indette le elezioni, vinte dai moderati: venne eletto Primo Ministro Massimo D’Azeglio e Ministri i seguenti deputati: Saccardi, Minghetti, La Marmora, Mameli, Nigra e Cavour. Tutti gli italiani consideravano quello piemontese un regime libero ed uno Stato da prendere a modello.
Il Parlamento si reggeva su due forze alleate: una moderata (tra cui D’Azeglio e Cavour) e una di destra (tra cui Menabrea e Revel). L’opposizione era formata da democratici di centro-sinistra guidati da Rattazzi e dall’estrema sinistra, tra cui Brofferio e Valerio.
Nel gennaio del 1852 Cavour e Rattazzi si incontrarono in segreto per rovesciare il governo D’Azeglio. Cavour, che aveva aperto a sinistra, disse che il Governo poteva fare a meno dell’appoggio di Menabrea e Revel (l’estrema destra). Revel rispose che quello di Cavour “era un nuovo connubio”, termine con cui passò alla storia quella operazione di trasformismo, destinata a ingarbugliare la Storia italiana e divenendo anche un classico della politica italiana fino ai giorni nostri.
A maggio 1852 Cavour propose Rattazzi Presidente della Camera, che vinse per un solo voto. D’Azeglio, disgustato, rassegnò le dimissioni da Primo Ministro e propose egli stesso come suo successore Cavour, che il 4 novembre 1852 divenne Presidente di quello che venne chiamato “il grande Ministero”, destinato a restare in carica fino all’unità d’Italia, di cui fu il vero protagonista.
Molti storici hanno definito quella di Cavour “una manovra di corridoio”, ma egli era un uomo politico navigato, che accettava anche gli aspetti deteriori della politica: il trasformismo, il doppio giochismo, il tradimento. Cavour aveva capito che, se non avesse fatto il “connubio” con il centro-sinistra, avrebbe perso la possibilità di unire l’Italia. Ecco perché aveva fretta.
L’alleanza con Rattazzi servì a spaccare l’opposizione di sinistra, isolando l’estrema sinistra di Brofferio, che infatti non contò più nulla. Fu indubbiamente una manovra sporca di corridoio, ma Cavour non era un dilettante della politica, a differenza di D’Azeglio, che una operazione del genere sarebbe stato incapace non solo di farla, ma anche di pensarla.
“È stato il più bell’atto della mia vita”, diceva Cavour del “connubio”. Infatti D’Azeglio non provò mai rancore verso il suo “empio rivale”, come lo definiva tra il “serio e il faceto”.


