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Le Cinque giornate di Milano


Nel 1848, mentre tutta l’Italia era in regime costituzionale, il Lombardo-Veneto, sottomesso all’Austria del Metternich, faceva eccezione.


Il consiglio rivoluzionario permanente, guidato da Cesare Correnti e Carlo Cattaneo, nella notte tra il 17 e il 18 marzo 1848 fece stampare un comunicato in cui si chiedeva l’immediata istituzione di una Guardia Civica e l’abolizione della polizia politica e della censura.


Il giorno dopo, sotto la residenza del governatore, c’era una marea di gente che urlava “vogliamo la Guardia Civica” e gli scontri erano iniziati ovunque i dimostranti avessero incontrato soldati austriaci.


I milanesi istituirono un “Consiglio di guerra” guida to da Carlo Cattaneo, allievo del Romagnosi, che non condivideva nessuna delle idee dei suoi contemporanei: né quella rivoluzionaria di Mazzini, né quella di Gioberti per una Chiesa rigeneratrice, né quella di Balbo e di D’Azeglio per una iniziativa sabauda. Secondo lui, l’Italia non si poteva fare, se prima non si facevano gli italiani, elevando il loro livello morale e culturale.


Cacciare l’Austria dall’Italia per darla a un Piemonte più retrogrado dell’Austria, per lui non aveva senso.


L’indipendenza sarebbe venuta successivamente ad un’evoluzione civile che desse agli italiani la co scienza di essere italiani. Tutto questo poteva succedere anche sotto il dominio dell’Austria, se l’Austria si fosse decisa a concedere alle sue province italiane, come a quelle slave e tedesche che facevano parte del suo Impero, adeguati diritti di autodecisione e autogoverno. Per propagare le sue idee aveva fondato un periodico dal titolo Il Politecnico.


Per lui l’Italia era la Lombardia, come dimostra il suo programma federalistico, e conosceva molto bene la Svizzera, di cui ammirava le autonomie locali.


Alla fine Radetzky si ritirò e venne eletto un Consiglio d Guerra che stendeva questo rapporto: quattromila morti tra gli austriaci, poco più di quattrocento morti tra gli insorti.


Anche a Venezia, alle prime notizie delle barricate di Milano, venne proclamata la Repubblica di San Marco con Niccolò Tommaseo e Daniele Manin Presidente.


Il Piemonte e la Liguria erano in fiamme e parecchi giovani erano in marcia per passare il Ticino e aiutare i milanesi.


Carlo Alberto non voleva entrare in guerra contro gli austriaci, ma era preoccupato che a Milano i repubblicani prevalessero e fondassero uno Stato in grado, per il suo maggiore peso demografico e il suo superiore livello economico, di strappare al Piemonte la sua funzione di Stato guida.


Così entrò in guerra, ma l’indecisione fece perdere ai piemontesi l’iniziale vantaggio sulle truppe austriache di Radetzky, che ebbero il tempo di riorganizzarsi nel suo famosissimo Quadrilatero (Peschiera-Manto va-Verona-Legnago) e di attendere i rinforzi dall’Austria.


I fatti di Milano incendiarono solo mezza Italia, perché il Papa e i Borbone, prendendo le distanze dalla lotta per l’indipendenza, divisero il fronte patriottico.

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