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La Restaurazione (seconda parte)


Mazzini aveva le idee di sempre: fare della rivoluzione romana l’esempio e la guida della rivoluzione italiana, contrapponendo una soluzione democratica e repubblicana, alla soluzione monarchica,. Dopo la disfatta di Novara, Mazzini era a capo del potere di Roma, lavorava diciotto ore al giorno sostenendosi a sigari e caffè. Aveva un esercito di 10 mila uomini male armati, ma gli appelli del Papa alle potenze cattoliche perché lo rimettessero sul trono non erano rimaste senza risposta.


Da Sud marciava un esercito borbonico; la Spagna stava armando una spedizione navale; Radetzky aspettava solo di ultimare la rioccupazione del Lombardo-Veneto e della Toscana per lanciare i suoi uomini su Roma. Luigi Napoleone Bonaparte, Presidente della Repubblica Francese, fece il triplo gioco: rifiutò l’invito di Vienna ad un intervento armato austro-francese, ma s’impegnò con il Papa ad agire, dicendo agli austriaci che avrebbe occupato Roma per rimetterci il Papa, ai piemontesi che interveniva per creare un contrappeso all’Austria e agli inglesi che ci andava per fare da mediatore tra il Papa e il governo rivoluzionario. Una nave da guerra sbarcò a Civitavecchia e le truppe francesi il 30 aprile 1849 attaccarono Roma con seimila uomini, convinti che “gli italiani non si battono”, come scrivevano i loro giornali.


Garibaldi li mise in fuga due volte, ma i francesi ricevettero dei rinforzi ed oramai quattro eserciti stavano convergendo su Roma: francesi, spagnoli sbarcati a Gaeta, austriaci e i borbone. Mazzini cercava di fare un accordo con i francesi, proponendo un’occupazione pacifica della città, ma Garibaldi era per combattere e guidò i suoi uomini all’assalto. Per giorni e giorni la città assediata fu sottoposta a bombardamenti. Caddero, tra gli altri, Dandolo, Masina, Daverio, Manara e Mameli. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno 1849 i francesi assestarono l’attacco decisivo, che si risolse in un massacro. L’Assemblea decise per la resa. Mazzini infuriato diede le dimissioni.


Garibaldi, alla testa di 4 mila uomini (tra cui Ciceruacchio con due suoi figli) uscì da Roma per continuare il combattimento e dirigersi a Venezia. Marciava di notte per sfuggire agli avvistamenti, ma nella valle del Foglia gli austriaci riuscirono a circondarlo. Il 31 luglio raggiunse Cesenatico (seppellì Anita a Ravenna il 4 agosto, mentre Padre Bassi venne fucilato dagli austriaci), riuscì a raggiungere la Maremma dove si imbarcò per Nizza e poi per la Tunisia. I francesi non ebbero il coraggio di arrestare e portare in tribunale Mazzini, che infatti ritornò a Ginevra, perché non si voleva allontanare troppo dall’Italia ove era ancora in corso una rivoluzione a Venezia. Alla guida di Venezia, eletto dall’Assemblea, c’era Manin, che aveva inutilmente chiesto aiuto alla Francia e all’Inghilterra, perché l’Austria era stata perentoria: la sorte di Venezia non era trattabile, perché era stata una città ribelle dell’Impero, e all’Impero doveva tornare. Le forze armate veneziane erano composte di volontari di ogni parte d’Italia: in tutto 15 mila uomini.

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