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La Restaurazione

prima parte



Il 7 aprile 1848, dopo quasi 20 anni, rientrò in Italia Giuseppe Mazzini. Egli non credeva in Carlo Alberto, ma nemmeno lo contrastava perché si batteva contro l’Austria, per dare all’Italia indipendenza e unità.


Il 29 maggio, dopo un plebiscito, la Lombardia si fuse con il Piemonte e, a seguire, altri plebisciti decretarono l’annessione al Piemonte anche di Veneto, Parma e Piacenza (praticamente tutta l’Alta Italia). Purtroppo l’indecisione di Carlo Alberto portò alla disfatta di Custoza del 25 luglio 1848, che costrinse l’esercito piemontese ad abbandonare tutta la Lombardia ripassando il vecchio confine del Ticino.


Mazzini scrisse: “la guerra regia è finita. Comincia quella del popolo”. Ed infatti c’era un uomo, Garibaldi, rientrato in Italia un mese prima dal Brasile, che, alla testa di 1.500 di sperati, l’aveva già cominciata, marciando di sua iniziativa verso Milano per mettersi a disposizione del governo provvisorio. Tutti gli obbedivano, affascinati dal suo coraggio.


Tra i suoi volontari si era arruolato anche Mazzini. Milano era travolta dalle potenti avanguardie austriache di Radetzky e Garibaldi con i suoi, non potendo affrontarle, dovette fuggire verso la frontiera svizzera. La sconfitta di Custoza aveva provocato in tutta Italia grosse ripercussioni, che si manifestarono in maniera diversa da Stato a Stato.


Il Regno di Napoli restò reazionario. In Toscana aumentò il sentimento antiaustriaco. In novembre a Roma si tennero le elezioni per un’Assemblea Nazionale con a capo Mamiani e questo fu il primo parlamento italiano (la Repubblica Romana) a suffragio universale e dotato di pieni poteri. Mentre Papa Pio IX fuggiva a Gaeta, feudo di Ferdinando di Borbone, a Roma affluivano patrioti da tutta Italia: Mameli, Cernuschi, Garibaldi (eletto a Macerata) e Mazzini (eletto a Roma).



A Torino, nel frattempo, si desiderava riprendere il Regno dell’Alta Italia, riannettendo le province lombarde e venete che l’Austria aveva rioccupato. La rottura della tregua fu decisa l’8 marzo 1849, ma il 23 marzo Radetzky liquidò i piemontesi a Novara, Carlo Alberto abdicò in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II e venne firmata una pace che lasciava le cose inalterate. Radetzky aveva fretta di fare quella pace perché sapeva che, dopo Custoza, in tutte le città della Lombardia e del Veneto c’erano, alla macchia, comitati rivoluzionari.


Alcuni di essi facevano capo a Mazzini, ma la maggioranza prendeva ordini da Torino con cui era clandestinamente collegata. Il Piemonte non voleva perdere il controllo di questi rivoluzionari nel timore che in questi prendesse il sopravvento una svolta democratica e repubblicana. Intanto la restaurazione austriaca continuò in Toscana in aprile, ove trovò resistenza solo a Livorno, ma i capi della rivolta furono fucilati. Liquidata anche questa pendenza, suonò l’ora di Roma. Ma qui l’operazione era più complicata per la presenza di due uomini di statura superiore: Mazzini (che vi era sceso il 5 marzo 1849 da deputato) e Garibaldi.


(continua)

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