La Restaurazione
- Stefano Quadri

- 16 feb
- Tempo di lettura: 2 min
(terza parte)

Il 18 agosto 1849 anche Venezia, stremata dalla fame e dal colera, dovette arrendersi
al Radetzky, il quale fece solenne ingresso in città, festeggiato soltanto dal Vescovo, che celebrò un Te Deum per ringraziare chi aveva “restituito la città al suo legittimo Sovrano”.
Il barone Blaze de Bury scrisse: “Rattristato e silenzioso, il popolo di Venezia assisteva
allo spettacolo delle celebrazioni, e su quei volti smagriti dalle sofferenze di un lungo assedio, su quei tratti induriti e decomposti dalla febbre e dall’odio, si potevano leggere le stesse cose scritte sui muri di Pavia:
“Vattene, tedesco, perché l’uomo cui questa terra appartiene, ti odia dal profondo dell’anima. Ti odia oggi, ti odierà domani e sempre. Tu ridi e io piango, ma bada che le mie lacrime, bagnandoti, non ti avvelenino” (“Un Mois à Venise” - 1850).
Così si chiuse il primo capitolo della battaglia italiana per l’indipendenza. Ma per la prima volta accadde una cosa straordinaria: persone comuni - non solo nobili e intellettuali - scesero in piazza per combattere per l’Italia, portando con sé un vento di vera rivoluzione.
Certo, i contadini (che erano il 70% della popolazione) non parteciparono. Ma in diverse città si combatté davvero e questo rappresentava un momento di svolta decisivo.
Guardando la carta geografica, sembrò che non fosse accaduto nulla, come nei
moti del ‘21 e ‘31. I vecchi Stati erano tornati al loro posto. L’Italia sembrava essere sprofondata indietro di decenni.
In tutta la penisola iniziò una caccia spietata a chiunque avesse partecipato. I governi
abolirono le Costituzioni, ripristinarono la censura più rigida e scatenarono
una repressione brutale e diffusa.
Pio IX ritornò a Roma nell’aprile del 1850 accolto solo da pochi nobili e qualche
delinquente. L’unica forza che lo manteneva al potere erano i soldati francesi a Roma e gli austriaci che occupavano Ancona.
L’uomo che tutta l’Italia aveva visto come il Papa più italiano della storia, era diventato
il nemico pubblico numero uno ed era odiato come il peggiore dei tiranni. A Napoli i migliori intellettuali liberali e democratici, come Spaventa, Poerio e Settembrini, finirono in prigione e ci rimasero fino all’arrivo di Garibaldi, anni dopo.
Ma il Piemonte fece una scelta diversa: Vittorio Emanuele confermò la Costituzione che aveva concesso, trasformando il Piemonte nello Stato più avanzato della penisola e capofila naturale per l’unificazione futura.
Nel 1851, in Francia, Luigi Napoleone prese il potere con un colpo di Stato, sostenuto
dai grandi banchieri internazionali (Rothschild, Laffitte, Pereira), che pensavano
solo a moltiplicare i loro soldi.
Napoleone mandò i suoi soldati in aiuto al Papa per conquistare il voto dei cattolici,
ma non poteva fare una politica totalmente reazionaria, perché i veri padroni, i banchieri,
volevano che la Francia rimanesse lo Stato più potente d’Europa.
Così la Francia giocava contemporaneamente su due tavoli: appoggiava il Papa,
ma non poteva essere troppo rigida, perché aveva altri obiettivi economici da perseguire.


