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La pizza Rossini: una fetta di Pesaro

17 ago
Tempo di lettura: 3 min

Uhhhhhh, stavolta è dura! Mica perché raccontare di questa pizza meravigliosa, nata a Pesaro, sia difficile.


È che è talmente buona che la mangerei in ogni forma: mignon a colazione, al taglio per merenda e al piatto, ricoperta di maionese artigianale, per cena.

Noi pesaresi la adoriamo. Ma al nostro amato concittadino Gioachino Rossini sarebbe piaciuta davvero? Oppure avrebbe preferito che il suo nome fosse associato a una pizza ricoperta di tartufo?


Perché sì, il Maestro aveva una passione sfrenata per il cibo. Dopo il teatro, la cucina era senza dubbio il suo luogo del cuore, tanto da definire lo stomaco «il maestro di cappella che governa ed aziona la grande orchestra delle passioni».


Il suo palato raffinato e insaziabile lo portò a creare numerose ricette che ancora oggi portano il suo nome: il filetto alla Rossini, i maccheroni alla Rossini, l’insalata alla Rossini... tutte accomunate da un uso abbondante di tartufo.


Eppure ce n’è una che rappresenta una curiosa eccezione: le uova alla Rossini. Del tartufo, infatti, non c’è traccia. Su un piccolo disco di pasta sfoglia viene adagiato un cucchiaio di besciamella, sul quale si posa un tuorlo d’uovo, il tutto è poi racchiuso da un secondo disco di sfoglia spalmato di paté di foie gras, come uno scrigno che custodisce una vera golosità.

E allora, a sentimento, mi viene da dire che la nostra pizza, Rossini l’avrebbe approvata eccome. Magari avrebbe chiesto una maionese fatta a regola d’arte. Ma difficilmente avrebbe saputo resistere alla tentazione di una ricetta tanto semplice quanto gustosa.


La sua nascita, in realtà, ha qualcosa di leggendario. Tutti sanno che è nata a Pesaro negli anni Sessanta, ma nessuno può dire con assoluta certezza chi abbia avuto l’idea di mettere maionese e uova sode su una margherita.


La tradizione indica il nome del pasticcere Giorgio Montesi, che avrebbe iniziato a servirla come piccola pizzetta tonda per la colazione degli studenti o come aperitivo. Poi successe quello che accade alle invenzioni più fortunate: smise di appartenere al suo inventore e diventò patrimonio di un’intera città. Le pizzerie la copiarono, i forni la fecero propria e, senza bisogno di campagne pubblicitarie o strategie di marketing, la Rossini conquistò i pesaresi.


Con il tempo è diventata molto più di una specialità gastronomica, è un simbolo di appartenenza, tanto che, dal 2018, a Pesaro c’è il festival (generalmente nel mese di settembre ma senza una data fissa), con degustazioni, sfide tra pizzaioli, laboratori e persino il tentativo di realizzare la Rossini più grande del mondo. Perché qui la Rossini non si discute: si celebra ...anche con tanto di magliette.


Fuori da Pesaro, però, la storia cambia completamente. Quando noi pesaresi varchiamo i confini della provincia e chiediamo una Rossini, che altro non è che mettere su una margherita uovo sodo e maionese, veniamo guardati come se avessimo appena commesso un sacrilegio gastronomico.

Le reazioni sono quasi sempre le stesse: un misto di incredulità, diffidenza e qualche smorfia di disapprovazione. Del resto, per chi non è cresciuto con questa pizza, l’abbinamento può sembrare azzardato.


Poi arriva il momento dell’assaggio. Ed è lì che, molto spesso, lo scetticismo lascia spazio alla sorpresa. Perché la Rossini ha questa strana capacità: convince anche chi era partito con il pregiudizio.


Non tutti, certo. Ma molti sì. E ogni pesarese sa che vedere cambiare espressione dopo il primo morso è una piccola soddisfazione.


Forse è proprio questo il segreto della Pizza Rossini. Non è soltanto una margherita con uovo sodo e maionese. È un ricordo d’infanzia, una colazione prima di entrare a scuola, una pizzetta presa al forno tornando dal mare, una cena improvvisata con gli amici. È una di quelle cose che, finché vivi a Pesaro, dai quasi per scontate.


Poi ti allontani, la chiedi in un’altra città e ti accorgi che nessuno sa di cosa stai parlando. È in quel momento che capisci che la Rossini non è solo una pizza: è casa.


E forse è proprio questo il motivo per cui noi pesaresi la difendiamo con tanto orgoglio. Perché ogni morso ha il sapore della nostra città e racconta una storia che, da oltre sessant’anni, continua a passare di mano in mano, di forno in forno, di generazione in generazione.

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