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La Destra Storica

16 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

(Seconda Parte)


Nel 1865 il brigantaggio meridionale continuava a combattere contro la neonata Italia sotto bandiere appartenenti al mondo preunitario.

L’opinione pubblica, sconvolta, capiva quanto fosse difficile trasformare, in un’unica nazione, territori che per secoli avevano avuto storie, governi e appartenenze diverse. L’Italia era nata. Ma non tutti si sentivano italiani.


In questo clima Massimo d’Azeglio scrisse a Carlo Matteucci una lettera destinata a diventare celebre:


«La questione di tenere Napoli o non tenerla mi pare che dovrebbe dipendere più di tutti dai napoletani. A Napoli abbiamo cacciato un Sovrano per stabilire un governo..., ma ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua dal Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di là sì. Dunque dev’esser corso qualche errore. Dunque... trovar modo di sapere dai napoletani, una buona volta se ci vogliono, sì o no. …Ma a italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibusate».


Parole dure, ma anche lucide.

D’Azeglio metteva il dito nella piaga: si poteva davvero costruire una nazione soltanto con eserciti, decreti e annessioni? Oppure occorreva qualcosa di più profondo: il consenso, il riconoscimento reciproco, il sentimento di appartenere a una stessa comunità?


Questa lettera confermava il pensiero di Napoleone III, che manteneva un atteggiamento di sfiducia nei confronti dell’unità italiana, considerandola troppo affrettata e senza basi.

Il Parlamento reagì al brigantaggio con estrema durezza: nel 1863 approvò la cosiddetta legge Pica, dal nome del deputato abruzzese Giuseppe Pica.


Alla fine del 1865 il brigantaggio, sul piano militare, era effettivamente eliminato, ma non ne furono eliminate le cause.


Una cosa è spegnere una rivolta. Un’altra è eliminare le ragioni che l’hanno fatta nascere. Povertà, arretratezza, disuguaglianze, diffidenza verso lo Stato: tutto questo restava lì, sotto la cenere.


Ed ecco uno dei grandi drammi della nostra storia, ancora irrisolto: l’Italia ormai esisteva sulle carte geografiche. Esisteva il Parlamento, esistevano le leggi, esisteva il Re, esisteva un esercito nazionale. Ma mancava ancora la cosa più difficile da costruire: gli italiani.


Bisognava trasformare uomini che fino a pochi anni prima erano stati sudditi piemontesi, borbonici, pontifici, toscani o lombardo-veneti in cittadini di una stessa patria.

Non bastava cambiare una bandiera sopra un palazzo.

Bisognava cambiare qualcosa dentro le persone.


Lo Stato era nato. Il popolo italiano, invece, era ancora tutto da costruire.

Nel 1866, al termine della terza guerra d’indipendenza e con la pace di Vienna, il Veneto viene annesso al Regno d’Italia. Il Trentino, invece, rimane ancora sotto il dominio asburgico. Mancava soprattutto Roma. Ed era una mancanza enorme, perché Roma non era soltanto una città. Era un simbolo.


(continua)


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