La Destra storica
(Prima Parte)

Il 12 giugno 1861, sei giorni dopo la morte di Cavour, Vittorio Emanuele II affidò la guida del governo a Bettino Ricasoli.
L’Italia era nata, ma restava ancora tutta da costruire: mancavano Roma e Venezia e bisognava trasformare Stati che per secoli avevano avuto leggi, monete e amministrazioni diverse in un’unica Nazione.
Ricasoli affrontò subito due questioni decisive, senza riuscire a risolverle.
La prima riguardava Roma.
Tentò di proseguire sulla strada indicata da Cavour con la formula «libera Chiesa in libero Stato», proponendo al Papa di rinunciare al potere temporale in cambio della sovranità sul Vaticano e di una rendita annuale. La Curia respinse.
Il secondo problema esplose nel Mezzogiorno, dove il brigantaggio stava assumendo proporzioni sempre più gravi.
Ricasoli scelse la repressione militare, ma anche questa partita si rivelò assai più difficile del previsto. Indebolito politicamente, Ricasoli si dimise e il 1° marzo 1862 gli succedette Urbano Rattazzi, che dovette anche affrontare la ripresa dell’agitazione mazziniana e garibaldina al grido di «Roma e Venezia!». Anche la sua esperienza fu breve.
Nel dicembre 1862 il governo passò a Luigi Carlo Farini, brillante collaboratore di Cavour, ma le sue condizioni mentali precipitarono rapidamente e fu costretto a lasciare l’incarico.
Nel marzo 1863 gli succedette Marco Minghetti. Il problema centrale rimaneva Roma. Le pressioni su Napoleone III perché ritirasse le truppe francesi che proteggevano il Papa portarono a un compromesso: l’Italia avrebbe trasferito la capitale da Torino, dimostrando così di rinunciare, almeno temporaneamente, a Roma.
La decisione provocò a Torino violente proteste perché una parte dei piemontesi considerava il nuovo Regno quasi un ampliamento del Piemonte e riteneva naturale conservarne la capitale.
Minghetti lasciò il governo e nel settembre 1864 gli subentrò Alfonso La Marmora. Dal giugno 1865 Firenze divenne la nuova capitale.
La città accolse con preoccupazione quel ruolo; infatti, l’arrivo dei ministeri e di migliaia di funzionari impose nuovi quartieri, uffici e profonde trasformazioni urbanistiche, lasciando Firenze modificata e fortemente indebitata. Intanto procedeva la costruzione dello Stato.
Erano già stati unificati il sistema doganale, la moneta, il debito pubblico e gran parte dell’amministrazione; restava da completare l’unificazione legislativa, con codici e procedure comuni.
La fretta impose un modello centralista, derivato da quello piemontese, a un Paese profondamente diverso da regione a regione. Fu uno dei vizi d’origine del nuovo Stato.
Nel Mezzogiorno, intanto, il brigantaggio continuava a insanguinare vaste aree. Questo veniva armato e finanziato dallo Stato pontificio e istigato da alcuni cardinali, come quello di Napoli, Riario Sforza.
La risposta militare fu durissima e trasformò alcune zone del Sud nel teatro di una vera guerra interna. Furono 70 i Vescovi arrestati per collusione con i briganti e oltre 7.000 briganti vennero fucilati.
(continua)




