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“I s’arvéd quei d’ Pantèn /dop de pio de trent’ann…”


È in fase di presentazione al pubblico, in queste prime settimane dell’anno, un libro antologico dedicato al quartiere pesarese di Pantano. Il volume si intitola appunto “Pantano, la sua storia” ed è pubblicato da Melchiorri Editore. I curatori hanno pensato di chiedere a Carlo Pagnini, una nota introduttiva e un suo ricordo del quartiere del tempo che fu.


Per la nota vi rinviamo al volume, reperibile in diverse librerie cittadine. Il ricordo, invece, che è stato composto nel 1976 in occasione del primo raduno dei Pantanesi, e che all’epoca vide la partecipazione di numerosi residenti ed ex residenti, in certi casi provenienti da

ogni parte d’Italia e anche dall’estero, si intitola, appunto “I s’arved quei d’ Pantèn dop de pió de trent’ann”, ed è stato recentemente recitato da Carlo anche in occasione dello spettacolo “Canzone - per l’Etiopia - storia sentimentale in 7 quadri”, di cui abbiamo già parlato qualche mese fa.


Poiché si tratta di una poesia piuttosto lunga, ne pubblichiamo un estratto, invitandovi a completare la lettura direttamente sul pregevole volume. Per chi volesse seguire l’interpretazione dell’intera poesia, il QR code questo mese rinvia alla 7° di un ciclo di 14 puntate di “Carlo Pagnini Racconta”, realizzate e messe in onda nel 2021 da Rossini TV e archiviate sul suo Canale Youtube.



“I s’arvéd quei d’ Pantèn /

dop de pio de trent’ann…” (estratto)


… el ricord del temp pasèd

quant s’ vivéva in t’un cle strèd

in miseria tutti insiem

t’un chel bel rion d’ Pantèn.


Una dle miglior borghèd

ch’ confinèva sa ‘l valèd

da la part di Capucén

e travers strèd e stradén

an se sà par che motiv

giva fin al Camp Sportiv

dop lascèd fra cent color,

dl’Albèn, Vélla Miralfior

po’ pasand da Giumbaston

vniva gió par i vascon

dla Furnècia d’ Ceccolini

ma la Vélla dla Mancini

ch’ la mostrèva el su’ splendor

come quella del Fator

al de qua dla ferovia

in do’ è che chiapa el via

la pió longa e veneranda

ch’a chiamémmi “Strèda Granda”.

Prò, senz’antre, ‘l post pió bel

sigur l’era chel spiazèl

chiamèd dla Coperativa

sa ‘na font tel mezz ch’ serviva

ma ‘na mucchia de faméj

risolvend un po’ de guèi.


La butèva un’acqua chièra

- che cla volta ancora c’era -

la serviva par lavè

e anca béva e cucinè.


Dop pó c’era El Campsantén,

el Capanon de Faturén,

i Garag Grand de Carpani,

i camp d’ Galuzz, Buc’létt, Forlani

sa ‘na sfilza de casnén

e tutt quest l’era Pantèn.



Si rivedono quelli di Pantano,

dopo più di trent’anni (estratto)


… il ricordo del tempo passato

quando si viveva in una sola strada,

nella miseria tutti insieme

in quel bel rione di Pantano.


Una delle migliori borgate

che confinava con il Vallato

dalla parte dei Cappuccini

e attraverso strade e stradine

non si sa per quale motivo

arrivava fino al Campo Sportivo,

poi lasciava, fra cento colori,

del Conte Albani, Villa Miralfiore,

poi passando da Giumbaston

scendeva giù per i vasconi

della Fornace di Ceccolini,

fino alla Villa dei Mancini,

che mostrava il suo splendore

come quella del Fattore,

al di qua della ferrovia,

dove prende avvio

la più lunga e veneranda

che chiamavamo “Strada Grande”.

Però, senz’altro, il posto più bello

di sicuro era quel piazzaletto

chiamato della Cooperativa

con una fontana in mezzo che serviva

a una folla di famiglie

a risolvere un po’ di guai.


Buttava un’acqua limpida

– che in quel tempo ancora c’era –

serviva per lavare

e anche per bere e cucinare.


Poi c’erano il Camposantino,

il Capannone dei Fattorini,

i Grandi Garage dei Carpani,

i campi di Galuzzi, Buccioletti, Forlani,

con una fila di casette,

e tutto questo era Pantano.

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