“I s’arvéd quei d’ Pantèn /dop de pio de trent’ann…”
- Carlo Pagnini

- 16 feb
- Tempo di lettura: 3 min

È in fase di presentazione al pubblico, in queste prime settimane dell’anno, un libro antologico dedicato al quartiere pesarese di Pantano. Il volume si intitola appunto “Pantano, la sua storia” ed è pubblicato da Melchiorri Editore. I curatori hanno pensato di chiedere a Carlo Pagnini, una nota introduttiva e un suo ricordo del quartiere del tempo che fu.
Per la nota vi rinviamo al volume, reperibile in diverse librerie cittadine. Il ricordo, invece, che è stato composto nel 1976 in occasione del primo raduno dei Pantanesi, e che all’epoca vide la partecipazione di numerosi residenti ed ex residenti, in certi casi provenienti da
ogni parte d’Italia e anche dall’estero, si intitola, appunto “I s’arved quei d’ Pantèn dop de pió de trent’ann”, ed è stato recentemente recitato da Carlo anche in occasione dello spettacolo “Canzone - per l’Etiopia - storia sentimentale in 7 quadri”, di cui abbiamo già parlato qualche mese fa.
Poiché si tratta di una poesia piuttosto lunga, ne pubblichiamo un estratto, invitandovi a completare la lettura direttamente sul pregevole volume. Per chi volesse seguire l’interpretazione dell’intera poesia, il QR code questo mese rinvia alla 7° di un ciclo di 14 puntate di “Carlo Pagnini Racconta”, realizzate e messe in onda nel 2021 da Rossini TV e archiviate sul suo Canale Youtube.
“I s’arvéd quei d’ Pantèn /
dop de pio de trent’ann…” (estratto)
… el ricord del temp pasèd
quant s’ vivéva in t’un cle strèd
in miseria tutti insiem
t’un chel bel rion d’ Pantèn.
Una dle miglior borghèd
ch’ confinèva sa ‘l valèd
da la part di Capucén
e travers strèd e stradén
an se sà par che motiv
giva fin al Camp Sportiv
dop lascèd fra cent color,
dl’Albèn, Vélla Miralfior
po’ pasand da Giumbaston
vniva gió par i vascon
dla Furnècia d’ Ceccolini
ma la Vélla dla Mancini
ch’ la mostrèva el su’ splendor
come quella del Fator
al de qua dla ferovia
in do’ è che chiapa el via
la pió longa e veneranda
ch’a chiamémmi “Strèda Granda”.
Prò, senz’antre, ‘l post pió bel
sigur l’era chel spiazèl
chiamèd dla Coperativa
sa ‘na font tel mezz ch’ serviva
ma ‘na mucchia de faméj
risolvend un po’ de guèi.
La butèva un’acqua chièra
- che cla volta ancora c’era -
la serviva par lavè
e anca béva e cucinè.
Dop pó c’era El Campsantén,
el Capanon de Faturén,
i Garag Grand de Carpani,
i camp d’ Galuzz, Buc’létt, Forlani
sa ‘na sfilza de casnén
e tutt quest l’era Pantèn.
Si rivedono quelli di Pantano,
dopo più di trent’anni (estratto)
… il ricordo del tempo passato
quando si viveva in una sola strada,
nella miseria tutti insieme
in quel bel rione di Pantano.
Una delle migliori borgate
che confinava con il Vallato
dalla parte dei Cappuccini
e attraverso strade e stradine
non si sa per quale motivo
arrivava fino al Campo Sportivo,
poi lasciava, fra cento colori,
del Conte Albani, Villa Miralfiore,
poi passando da Giumbaston
scendeva giù per i vasconi
della Fornace di Ceccolini,
fino alla Villa dei Mancini,
che mostrava il suo splendore
come quella del Fattore,
al di qua della ferrovia,
dove prende avvio
la più lunga e veneranda
che chiamavamo “Strada Grande”.
Però, senz’altro, il posto più bello
di sicuro era quel piazzaletto
chiamato della Cooperativa
con una fontana in mezzo che serviva
a una folla di famiglie
a risolvere un po’ di guai.
Buttava un’acqua limpida
– che in quel tempo ancora c’era –
serviva per lavare
e anche per bere e cucinare.
Poi c’erano il Camposantino,
il Capannone dei Fattorini,
i Grandi Garage dei Carpani,
i campi di Galuzzi, Buccioletti, Forlani,
con una fila di casette,
e tutto questo era Pantano.


