Alora… bona nott!
- Carlo Pagnini

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min

Dopo ventisette uscite mensili, che sono un po’ più di due anni, voglio ringraziare tutti per la compagnia che mi avete fatto leggendomi e ascoltandomi.
Nel salutarvi riprendo l’inizio e il finale di una mia poesia, che qualcuno potrà andare a rileggere per intero nel numero de “Il riflesso della notizia” di dicembre 2025 e che chi vorrà potrà anche riascoltare, nell'apposito video (è il “bis” dello spettacolo “Canzone - per l’Etiopia” a 1h e 28’).
Con l’occasione ringrazio l’Editore Lorenzo Campanelli per l’ospitalità, la Direttrice Beatrice Terenzi per la supervisione, Daniela Marchini che ha armonizzato e sistemato in maniera impeccabile la pagina dedicata al mio amato dialetto “pantanese” e mio figlio Paolo che ha curato le scelte delle poesie e le relative traduzioni.
E, soprattutto,
Grazie a Voi
Amici… anche sta volta / an c’è pió gnent da dì!
Siamo arrivati al punto / ch’è ora d’ lascè gì!
Ci siamo divertiti! / A sém stat ben insiem!
Per ora ci lasciamo / mo forse a c’arvedrém.
Le ore in allegria / le pasa in t’un moment
anche se, a dire il vero, / le arman incis tla ment.
Pertanto un grazie a Voi / e un ma quei ch’an c’è;
un grazie proprio a tutti / e un grazie anca par me.
Carlo
Aprile ci riporta alle poesie più intime e personali di Carlo Pagnini, con questo struggente ricordo della madre Adele. Si intitola “Alora… bona nott!” ed è un vero e proprio quadro, una immagine di vita quotidiana che illumina di sentimento il rito del rientro serale a casa.
È stata composta nel 1986, e la troviamo nell’antologico “Una vita sa… le mi stranezz” (Nobili Editore 1989) e in “Sa un fil de luc” di Neftasia Editore del 2007, da dove abbiamo attinto ogni mese per realizzare questa nostra pagina.
In questo numero trovate la poesia in originale “pantanese”, la traduzione poetica in italiano, il ritorno del glossario ragionato e il video in cui Carlo Pagnini stesso vi accompagna nella lettura interpretata.
Alora… bona nott!
La luc sotta la porta la pasèva
par ‘nim a fè la spia. La m’ diceva
che ancora l’an durmiva... e mè al saveva.
Sa un déd tl’interutor la m’aspetèva
par fè svelt a smurcè quant la sentiva
la chièv in tla sladura ch’ la i entrèva.
La vleva ch’a credessa ch’ la durmiva.
Sa un colp de tosa opur una schiarida
la feva finta d’ gnent e... ann’era vera.
La i aspetèva sempre ch’a j dmandèva,
aprend la porta: “Ma’! Co’ t’à chiamèd?”
“No no! A i ò un po’ d’ raspén”. La m’ rispundeva.
“Te vo’ una caramela? O s’ no t’ vo’ béva?”
“Grazie! A stagh ben adess! Va’ pór a lètt.”
“Alora... bona nott!” E po’ a chiudiva.
A fémmi sempre acsé... Dop la durmiva.
Allora… buona notte!
La luce che filtrava sotto la porta
veniva a far la spia, per dirmi
che ancora non dormiva… e io già lo sapevo.
Col dito sull’interruttore mi aspettava
per esser lesta a spegnere quando sentiva
entrare la mia chiave nella serratura.
Voleva che credessi che dormiva.
Con un colpo di tosse oppure una schiarita
faceva finta di niente e… non era vero.
Aspettava sempre che le domandassi,
aprendo la porta: “Mamma hai chiamato?”
“No, ho un po’ la gola secca” rispondeva.
“Vuoi una caramella? O vuoi da bere?”
“Grazie! sto bene adesso! Va’ pure a letto”.
“Allora… buona notte!” Poi chiudevo.
Facevamo sempre così… Dopo dormiva.
Glossario ragionato:
luc = luce
pasèva = passava - in italiano diremmo forse “filtrava” attraverso lo spiraglio
‘nim = venirmi dal verbo ‘ni, venire - in alcuni casi anche vni, da cui l’apostrofo
déd = insolito per dito - anche dit
smurcè = spegnere - da smorzare, appunto nel suo significato di spegnere
chièv = chiave
sladura = serratura
dmandèva = domandavo, chiedevo - in italiano useremmo il congiuntivo
raspén = parola che non ha una corrispondente italiana - sta per gola secca, bruciore, ma leggero e temporaneo… deriva da raspa
stagh = sto - prima persona singolare del verbo stè (stare)
va’ pór = vai pure
fémmi = facevamo
acsé = così



