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Cavour e Mazzini


Nel 1852 Mazzini, convinto che in Europa ci fosse una forza rivoluzionaria, scriveva:«Noi oppressi siamo più forti degli oppressori. Se alla lega dei Principi, riusciamo a contrapporre una Santa Alleanza dei popoli, abbiamo vinto».


L’attacco più velenoso gli venne da Marx ed Engels, i quali concepivano solo la lotta di classe e consideravano quella per l’unità nazionale proclamata da Mazzini una “truffa borghese”, utile a mascherare i veri conflitti sociali. Marx ed Engels, considerando esclusiva la lotta di classe, guardavano con disprezzo a ogni progetto fondato sull’unità nazionale.


Mazzini non negava il problema della giustizia sociale, ma lo collocava in una gerarchia diversa: prima la patria, poi la riforma; prima la liberazione nazionale, poi il riassetto dei rapporti interni. Per lui le tre grandi parole della politica italiana restavano sempre le stesse: libertà, indipendenza, unità.


Anche Carlo Cattaneo seguiva con attenzione l’azione mazziniana. Dal suo osservatorio di Capolago, dove dirigeva la Tipografia Elvetica, guardava con simpatia gli sforzi democratici, pur mantenendo una visione federalista per la penisola (solo questo lo distingueva dall’impianto unitario di Mazzini), portandolo a concepire l’Italia come una pluralità di energie civiche e territoriali più che come uno Stato centralizzato.


Dopo la breve, ma memorabile esperienza della Repubblica Romana, la statura politica e morale di Mazzini era cresciuta agli occhi di molti italiani. In quel momento storico egli appariva come l’unico vero antagonista di Cavour nella contesa per la guida del processo nazionale.


I due rappresentavano non solo strategie diverse, ma anche due umanità opposte. Cavour era uomo di mondo, pragmatico, disposto a piegare i mezzi alle necessità del risultato. Mazzini, al contrario, viveva la politica come una missione quasi religiosa: rigido, rigoroso e inflessibile anzitutto con sé stesso.


Eppure, al di là delle differenze di carattere e di metodo, entrambi avevano qualcosa di raro: una volontà instancabile e una dedizione assoluta al destino dell’Italia.

Nel frattempo, Mazzini aveva ripreso a riannodare i fili e a ricostruire contatti in molte città della penisola. Il culmine di questo sforzo fu il tentativo insurrezionale di Milano del 6 febbraio 1853, diretto contro il dominio austriaco.


L’episodio si risolse però in un fallimento grave, che compromise uomini, speranze e credibilità. Contro di lui si levò l’accusa, pesantissima, di improvvisazione e di irresponsabilità: gli si rimproverava di esporre altri al sacrificio senza avere una reale possibilità di successo.

Mazzini reagì da polemista e da combattente: pubblicò un opuscolo rivolto agli italiani, ribatté alle contestazioni e rilanciò la propria iniziativa con la nascita del Partito d’Azione, che trovò ascolto soprattutto tra artigiani e lavoratori manuali.


A Londra, lontano dall’Italia, conobbe uno dei suoi momenti più amari, sentendosi isolato, sconfitto, quasi perseguitato dal giudizio dei suoi stessi compatrioti.


(continua)

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