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Vedere, Osservare, Guardare

IL PERCORSO CHE VA OLTRE



Nel 1984 il grande intellettuale Primo Levi scrive una poesia con un titolo e un testo decisamente “provocanti” per chi passa frettolosamente e vede senza osservare né tanto meno guardare. Una poesia che è anche un manifesto filosofico.


CUORE DI LEGNO

Il mio vicino di casa è robusto.

È un ippocastano di corso Re Umberto,

ha la mia età ma non la dimostra.

Alberga passeri e merli, e non ha vergogna,

in aprile, di spingere gemme e foglie,

fiori fragili a maggio,

a settembre ricci dalle spine innocue

con dentro lucide castagne tanniche.

È un impostore, ma ingenuo: vuole farsi credere

emulo del suo bravo fratello di montagna

signore di frutti dolci e di funghi preziosi.

Non vive bene. Gli calpestano le radici

i tram numero otto e diciannove

ogni cinque minuti; ne rimane intronato

e cresce, storto, come se volesse andarsene.

Anno per anno, succhia lenti veleni

dal sottosuolo saturo di metano;

è abbeverato d’orina di cani,

le rughe del suo sughero sono intasate

dalla polvere settica dei viali;

sotto la scorza pendono, crisalidi

morte, che non saranno mai farfalle.

Eppure, nel suo tardo cuore di legno

sente e gode il tornare delle stagioni.


Quante volte vediamo, solo, ciò che è intorno a noi senza interessarcene? Esseri umani compresi? La società odierna è costruita infatti su ritmi di vita sempre più frenetici e su strutture poco impermeabili a tutte quelle realtà che “stonano” con un certo canone definito. Di solito, quindi, non ci soffermiamo ad osservare, a meno che non abbiamo un interesse particolare per farlo che può essere per esempio di tipo professionale.


Il guardare poi è meta difficile da raggiungere perché significa prendersi del tempo per andare a fondo e riflettere su ciò che abbiamo visto. A volte, addirittura, ci capita perfino di non vedere che, pure, è il gradino più basso e quasi involontario di questo percorso, tanto siamo occupati a fare altro.


Levi, invece, si è fermato e così facendo è andato oltre. In quell’oltre che la filosofia, come le arti, hanno elevato a loro terreno prediletto di ragionamento e di ascolto. Ma anche senza essere filosofi od artisti possiamo provare a compiere questo “salto” di prospettiva partendo magari da piccoli spunti come ha fatto Levi con l’albero del suo quartiere.


Da lì, da una piccola cosa concreta, ha messo a fuoco il rapporto tra l’uomo-la città e la natura. Quel rapporto che è al centro della riflessione di J.J. Rousseau e del dibattito mediatico di questo periodo. Un caso reale di quasi-fuga dalla civiltà in nome di un presunto ambientalismo radicale si è trasformato nel “casus belli” di vivaci, ma troppo spesso, sterili polemiche.


È possibile oggi vivere come prospetta il grande accusatore dell’Illuminismo? E, cosa ancora più importante, è giusto farlo? Siamo veramente liberi di poter scegliere il rifiuto della civiltà e dei suoi obblighi? Ed eventualmente, in nome di che cosa lo faremmo?


Per prima cosa dobbiamo tenere presente che il testo di Rousseau, al quale nel caso specifico si fa riferimento (l’“Emilio”), è un volume che viene pubblicato nel 1762 e che in quel periodo era ampia ed articolata tra gli intellettuali la discussione circa i vantaggi e gli svantaggi legati al progresso. Evidente e pesante risultava ai loro occhi la dicotomia tra uomo e natura.


In secondo luogo che l’opera risente fortemente della tendenza della cultura dell’epoca all’uso del paradosso: si prende un tratto della realtà e lo si assolutizza per costruire un universo parallelo che diventa mondo utopico. Nel caso dell’Emilio il vivere isolati nella natura, idealizzandola come l’Eden perduto al quale bisogna tornare perché considerato puro e perfetto, significa non tanto farlo concretamente quanto interpretare questa azione come critica ad un progresso incontrollato.


Non per nulla il testo assume pieno valore se posto in dialogo con il “Contratto sociale” opera dalla quale non va assolutamente disgiunto: entrambe infatti sono state pubblicate congiuntamente. A Rousseau infatti interessa l’uomo aristotelico che è “animale sociale” e per questo la pedagogia deve sfociare nella politica perché il mondo non è dei “Robinson Crusoe” che ha bisogno.


Quello dell’Emilio è quindi una sorta di laboratorio sociale attraverso il quale costruire un cittadino nuovo e in questo quindi è difficile non intravvede re una costrizione. Vivere alla “Rousseau” per quanto apparentemente svincolato da ogni sorta di dipendenza non è garanzia assoluta di libertà. Lo stesso filosofo d’altronde non si limitò ad utilizzare il paradosso come espediente narrativo, facendolo vivere, purtroppo, in prima persona ai suoi cinque figli: tutti abbandonati in brefotrofio. E oggi?


Oggi ancora più del XVIII secolo amare la natura non significa idealizzarla e ciò per due semplicissime ragioni: la natura perfetta, sicura, tranquilla non è mai esistita e, qualora per ipotesi, un tempo remoto lo fosse, ormai quell’equilibrio si è spezzato da tempo quasi ovunque nel mondo. Il compito dell’uomo è oggi quello di fermarsi a ragionare, senza fuggire, su come si possa realmente coniugare un giusto progresso che porti benefici a tutti con una salvaguardia dei diritti del mondo che umano non è perchè abitato anche da animali e piante.

Su come sia possibile far convivere in un minor sbilanciamento natura e uomo. E questo compito va svolto insieme perché è solo socialmente che si cresce e va svolto con l’occhio che osserva e guarda perché la realtà non è mai semplice come vorremmo.

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