Il Volto e la Maschera
- Marta Scavolini

- 16 feb
- Tempo di lettura: 3 min
CATARSI O IPOCRISIA

L’uomo odierno, ormai globalizzato, vive, come giustamente osserva il filosofo
tedesco Thomas Macho, in una sorta di “società facciale” che possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. Ovunque dagli schermi di tutti i tipi siamo inseguiti ed osservati quasi in ogni momento della nostra giornata dai volti più diversi che siano reali o creati dall’IA. E anche noi da consumatori di volti siamo diventati, a nostra volta, dei volti consumati.
Ma che cosa sono i volti? Soggetti che guardano o oggetti che sono guardati? E dietro ai volti che cosa c’è? Persone. Fermiamoci allora un momento ad analizzare l’origine del termine “persona”.
Sussistono, a tal riguardo, tre ipotesi: c’è chi ritiene di dover far derivare il termine direttamente dall’omologa radice del greco πρόσωπον (pròsopon) che indica ciò che sta davanti (pros) agli occhi, allo sguardo (opè), chi sostiene la provenienza della parola dal verbo “personare”, nel senso di risuonare, amplificare la voce, in relazione alla funzione megafonica delle maschere nel teatro classico, chi, infine, ritiene plausibile la derivazione del termine latino in oggetto dal segno etrusco phersu (da cui persu-na/maschera).
In ogni caso è indubbio che l’origine della parola “persona” si leghi a doppio filo all’idea di maschera per poi assumere estensivamente il significato più generico di ruolo attribuito a un certo tipo umano, a un volto o a un personaggio.
Ed eccoci quindi alla “maschera” come all’“altro volto, all’altra persona”. Il costruire maschere è una pratica che affonda le sue radici in tempi remoti e che è presente in quasi tutte le civiltà: da quelle africane a quelle asiatiche a quelle europee e americane.
Dalle maschere tribali, come “l’uomo selvatico”, a quelle della commedia dell’arte, dalle maschere delle divinità arcaiche a quelle del Carnevale, festa della maschere per eccellenza. L’uomo cioè si fabbrica da sempre un oggetto artificiale con il quale coprire parti del volto o l’intero volto (a volte anche tutto il corpo). In questa ambiguità tra ciò che è nascosto (colui che è mascherato) e ciò che è mostrato (la maschera stessa e ciò che essa rappresenta) sta il gioco dell’interpretare “altri” o “altri sé”.
La maschera ci dà infatti la possibilità e l’occasione di diventare, almeno per una volta, qualcosa di diverso da ciò che siamo nella nostra quotidianità ovvero ciò che vorremmo essere o ciò che temiamo di poter essere. Come quando indossiamo maschere che rappresentano personaggi importanti o malefici. E questa è la funzione catartica del mascherarsi da “catarsi” = purificazione, proprio come nel teatro greco. Ma ci offre anche la via o per “essere finalmente noi stessi” o “per fingere di essere chi non siamo”. Per questo la funzione del travestimento è molteplice e complessa, liberatrice o ipocrita.
Bene ce lo raccontano due giganti della scrittura quali William Shakespeare e Luigi Pirandello che nei loro capolavori sviscerano gli aspetti opposti del camuffamento. L’autore inglese nell’opera La dodicesima notte fa pronunciare ad uno dei protagonisti, Viola, questa frase:
“Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni” (Atto II scena II). Qui il travestimento, data la situazione difficile nella quale il personaggio si trova, diventa l’unico mezzo per poter raggiungere lo scopo che si è prefissato: scopo che in questo caso è positivo.
Pirandello invece nel romanzo Uno, nessuno, centomila attraverso la travagliata presa di coscienza del personaggio principale, Vitangelo Moscarda, gli svela e ci svela che lo sguardo degli altri produce “centomila” noi. La certezza di essere per sé e per la società “Un Vitangelo” e solo quello viene spazzata via e le maschere immateriali, ma vere che la vita ci pone sul volto appaiono in tutta la loro tragicità. Quando si è tanti Vitangelo contemporaneamente è come essere “Nessun” Vitangelo.
Gli ingannevoli falsi Vitangelo “fabbricati” dagli altri o che sono stato costretto a fabbricare dalle contingenze della vita devono quindi scomparire se voglio salvare il mio vero “io”. Operazione che la filosofia conosce perfettamente nel lavoro potente e affascinante di autori quali Schopenhauer, Nietzsche, Freud e Bergson. Il rapporto tra maschera e persona è quindi così stretto e profondo da costituire un “gioco di specchi” intrigante e influente.
Non a caso uno degli strumenti di tortura più terrificanti era proprio la “maschera di ferro” che non uccideva il prigioniero nel corpo, ma annullandone il volto lo uccideva nel profondo della sua identità.



