Tsundoku
- Marta Scavolini

- 27 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
IL “VIZIO” CHE SOSPENDE IL TEMPO

Ci sono spazi, nelle case dei lettori seriali, nei quali si accumulano pile di libri ancora non letti. Possono essere ordinatamente ammucchiati sui comodini, apparentemente abbandonati sulle scrivanie, stipa ti negli scaffali o sparsi un po’ ovunque perfino in punti decisamente impensabili. Alcuni sono addirittura ancora incellofanati, altri sono stati appena consultati.
È questo il fenomeno che i giapponesi, unendo tre parole (“tsunde”=accumulare,“oku”= mettere da parte e “doku”=leggere) vanno a definire con un solo termine: “tsundoku” (intraducibile nella nostra lingua).
Si tratta non solo di descrivere un certo tipo di rapporto con i libri e la lettura, quanto piuttosto di raccontare un comportamento verso il concetto di futuro e quindi una idea del tempo. I libri non vengono lasciati lì per essere dimenticati e per rinunciare a leggerli, vengono lasciati lì in attesa del momento giusto: che può essere domani, tra un mese o tra anni.
Lo “tsundoku” quindi non è rimandare perché non si ha voglia di fare ora, è progettare a lungo termine, è lasciare in sospeso, in definitiva è un atto di fiducia nel futuro. Perché ora può non essere il momento giusto, ma quel momento prima o poi arriverà. I libri, comperati spesso per istinto (per la copertina, il titolo, l’autore, il passaparola, perfino l’odore del la carta) sono come una promessa. La promessa di avere a portata di mano mondi e saperi alternativi.
A volte le pile crescono più del tempo disponibile e si è consapevoli che non si potrà matematicamente leggere tutto quello che si è acquistato. Ma ciò, curiosamente, non crea ansia, non produce la pressione “a stare al passo” perché quello che conta è essere consapevoli di avere in casa, con sé, delle promesse di futuro. I libri non ancora letti sono delle riserve emotive. Delle ancore di salvezza per eventuali momenti di crisi. Il piacere provato al momento dell’acquisto tornerà intatto, anzi rafforzato, quando avremo bisogno proprio del piacere che la lettura ci regala.
Sospendere il tempo, sogno dell’uomo da sempre, trova in questa pratica una sua, se pur piccola, realizzazione: non serve affannarsi a “smaltire” la pila (così come non serve affannarsi a “smaltire” la vita), meglio tenerla lì, anche in maniera confusa, come un archivio di possibili (alternative) prospettive di futuro che magari non cercate né pianificate ci verranno incontro.
Avremo così pronta la valigia che avevamo scelto e preparato. Questa immagine del tempo ne richiama il suo senso originario, in greco “Kairos” che significa appunto “momento buono per agire, per decidere”. In tale prospettiva gli istanti non si equivalgono perché ognuno è indice della particolare scelta, azione che muove l’individuo in una direzione o in un’altra.
In filosofia si parla quindi di “soggettività del tempo”, teoria ben presente nel pensiero di S. Agostino e in parte anche in quello di Bergson. Per questi autori la domanda da porsi alla base dell’interrogazione sul tempo non è “che cos’è il tempo” quanto piuttosto “quale è il rapporto che io ho con il tempo”.
Tale approccio viene ulteriormente approfondito da M. Heidegger che nel 1927 scrive un’opera fondamentale dal titolo “Essere e tempo” nella quale l’autore critica la creazione, da parte della scienza e della cultura moderne, della “oggettività” del tempo. Esso dall’epoca moderna in poi viene trasforma to in qualcosa di misurabile e calcolabile attraverso l’utilizzo di uno strumento: l’orologio. Così dalle meridiane legate alla naturalità dello scorrere ciclico del flusso temporale l’umanità è passata, attraverso il suono delle campane che riempivano l’aria di senso religioso, alle sirene delle fabbriche e ai segnatempo degli uffici che quantificano l’aspetto lavorativo del tempo.
Ma dice Heidegger il tempo in realtà è la modalità del nostro essere qui nel mondo, del nostro scegliere di esistere. Non è un oggetto esterno a noi, è parte intrinseca di noi stessi. E non nell’unico aspetto biologico della vita che “passa”, che pur esiste, ma nel nostro “dare senso alla vita”.





