Soviet Soviet: l’Implacabile dittatura del Riverbero

C’è un cortocircuito geografico e mentale meraviglioso nel nome Soviet Soviet. Pensa a evocare i carri armati sulla Piazza Rossa, la rigidità della nomenklatura sovietica, i piani quinquennali e il gelo della Guerra Fredda. Poi, guardi la carta geografica e scopri che tutto questo furore nichilista-ortodosso è nato nel 2008 tra Pesaro e Fano. Esattamente la terra del bianchello fresco, delle piadine mangiate guardando il mare e di una placidità adriatica che concilia la pennichella, non certo la rivoluzione del proletariato industriale.
Eppure, a dispetto delle coordinate balneari, il trio composto da Andrea Giometti, Alessandro Costantini (o Matteo Tegu a seconda delle rotazioni della chitarra) e Alessandro Ferri ha preso la lezione del post-punk inglese, l’ha frullata con una tensione isterica e ha piantato la sua bandierina nera (più che rossa) sui palchi di mezza Europa e d’oltreoceano. Senza passare per Sanremo, ovviamente. Sarebbe stato come pretendere di spiegare la filosofia di Mark Fisher a un bagnino di viale Trieste in piena stagione di salsedine.
La vera domanda che ci si dovrebbe porre è: come si fa a suonare un genere così disperatamente metropolitano, nevrotico e piovoso come il post-punk quando fuori dalla sala prove c’è il sole che picchia sulle colline marchigiane e il profumo di fritto misto? Semplice: chiudendosi in una stanza, pigiando sui pedali del delay fino a far sanguinare le orecchie e fingendo che la nebbia padana si sia spinta giù fino al San Bartolo.
I Soviet Soviet hanno fatto di questa urgenza claustrofobica il loro marchio di fabbrica. Ascoltare dischi come Fate o Endless significa farsi travolgere da una sezione ritmica che sembra un trattore cingolato bielorusso lanciato a tavoletta e da linee di basso che farebbero impallidire Peter Hook. Hanno fatto tutto quello che un bravo ragazzo della provincia italiana ben pensante non avrebbe dovuto fare: suoni acidi, attitudine intransigente, zero compromessi e la sgradevole tendenza a sputare l’anima su ogni palco, passando ovviamente per i club sotterranei dove l’aria è un optional.
La cosa ironica e spassosa è che, mentre in Italia ci si affannava a celebrare il pop da classifica o l’indie dei sentimentini tiepidi, questi tre lupi di mare prestati al blocco sovietico hanno conquistato le simpatie di blog internazionali pesanti come Pitchfork semplicemente picchiando sugli strumenti con la grazia di un fabbro ferraio dell’est Europa.
Il loro è un miracolo di coerenza. In un Paese in cui la provincia viene spesso dipinta come il regno immobile della noia provinciale, i Soviet Soviet hanno dimostrato che si può partire dalle Marche per suonare come se fossi rinchiuso in un bunker di Berlino Est nel 1981. Con una valigia piena di rullanti tirati a lucido e chitarre affilate come rasoi, ci hanno ricordato che la vera rivoluzione non si fa con i decreti legge, ma tenendo un tempo forsennato per quaranta minuti filati, senza mai fiatare tra un brano e l’altro.
Alla fine, compagni o no, c’è da ringraziarli: se la riviera adriatica suona ancora un po’ meno monotona lo si deve anche a loro, unici e inimitabili alfieri di un bolscevismo acustico che, anziché espropriare le terre, si limita a sfrattare le certezze del pop da camera.
Cani sciolti e fieramente inclassificabili.




