Gli Altro: Cronache subacquee di un tempo che fu

Gli Altro sono quel prodigio anomalo che, dal 1996 a questa parte, ha deciso di fare dell’hackeraggio emotivo il proprio stile di vita. Venti anni scarsi passati a suonare pochissimo, pubblicare dischi a intervalli geologici e coltivare l’arte sopraffina dello svicolare da qualsiasi logica di mercato.
Da un lato la gloriosa provincia pesarese, dall’altro la matita geniale e i chitarroni sghembi di Alessandro Baronciani, affiancato da Gianni Pagnini e Matteo Caldari. Praticamente i dinosauri più svelti, storti e disallineati del punk-hardcore di casa nostra. E siccome la coerenza nell’underground è un lusso che si paga in rate da trent’anni, eccoli ricomparire proprio quest’anno con il nuovo album “Aquario” (uscito per la sacra roccaforte de La Tempesta Dischi), un titolo che ammicca al sogno di bellezza in cui viviamo che in realtà non è altro che apparenza preconfezionata a favore dei social.
Ascoltare “Aquario” nel 2026 fa uno strano effetto. Mentre il resto del pop nazionale gareggia a chi indovina l’algoritmo di Spotify con la precisione di un chirurgo plastico, gli Altro se ne fregano altamente di suonare moderni, e proprio per questo suonano incredibilmente necessari. Il disco è un concentrato di furia lo-fi, melodie sbilenche e chitarre che sembrano usurate dalla salsedine adriatica e dai rimorsi di coscienza.
Sembra che il tempo per loro si sia fermato a un incrocio tra il 1994 e il 2004, dimenticandosi completamente di invecchiare sul serio ed è ciò che più ci piace di loro, a testimonianza che il rock, quello vero, non muore mai, neppure nell’epoca della spazzatura musicale più spinta. Le tracce scorrono via con quell’urgenza sbrigativa e stralunata tipica di chi ha le prove del lunedì sera ma vorrebbe solo andare a casa a bere un amaro.
Baronciani urla/sussurra i suoi testi con la consueta urgenza, tracciando linee melodiche che barcollano magnificamente tra i Fugazi e i Ramones passati al setaccio di una malinconia tutta italiana, disillusa e un po’ cialtrona.
“Aquario” non inventa nulla perché non ha la minima intenzione di farlo, e risiede proprio qui la sua trionfale ironia: in un’epoca in cui tutti devono a tutti i costi gridare al capolavoro epocale ogni dodici mesi, gli Altro tornano a galla sott’acqua, bagnati fradici, senza fretta, sghignazzando sottovoce.
Un disco che è una boccata d’aria viziata e salvifica. Se cercate la perfezione tecnica, avete sbagliato pianerottolo; se al contrario cercate quel rumore antico e imperfetto che puzza di garage polverosi e sudore, capace di rimettere al loro posto i pezzi sparsi della vostra adolescenza storta, tuffatevi senza remore nel loro Acquario, ne riemergerete forse più sporchi di prima, ma infinitamente più veri.




