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Che fine hanno fatto i Be Forest?


C’è stato un momento preciso, negli anni Dieci del Duemila, in cui se volevi sembrare terribilmente cool, internazionale e con un’insana passione per le caligini autunnali, non guardavi a Bristol o a Portland. Guardavi a Pesaro.


Sì, la città di Rossini, delle spiagge adriatiche e dei motori a un certo punto ha smesso i panni della provincia balneare per indossare il cappotto lungo e scuro della Darkwave. Merito (o colpa) dei Be Forest, un trio che ha dimostrato al mondo come si possa fare dello Shoegaze di altissimo livello anche a due passi dagli ombrelloni. Eppure, dopo aver fatto tremare i palchi d’Europa e d’America, dal 2019 su di loro è calato un silenzio.


I Be Forest nascono a Pesaro nel 2009. L’allineamento dei pianeti vede Costanza Delle Rose (voce e basso) e Nicola Lampredi (chitarra) alla ricerca di qualcuno che pestasse sulle percussioni. Arriva Erica Terenzi (batteria e voce), reclutata tramite un amico comune (Andrea Giometti dei Soviet Soviet, altra eccellenza “oscura” della zona). La leggenda narra che all’inizio non si conoscessero nemmeno: entravano in sala prove, non spiccicavano parola e lasciavano che a parlare fossero i riverberi. Un cortocircuito comunicativo che si trasforma subito in urgenza espressiva.


Definire il loro genere è come tentare di afferrare il fumo. C’è chi ha parlato di Dream-pop, chi di Shoegaze, chi ci ha visto il fantasma dei Cocteau Twins o dei Cure più spettrali. La formula magica? Chitarre fluttuanti cariche di reverb, una sezione ritmica quadrata, quasi tribale e marziale, e voci sussurrate che sembrano provenire da un’altra dimensione. Un sound analogico, scarno ma stratificato, perfetto come colonna sonora per un film di David Lynch ambientato sul Colle San Bartolo.


Il trio marchigiano ha lasciato tre pietre miliari marchiate dall’etichetta cult We Were Never Being Boring:

• Cold (2011): Il debutto fulminante. Un disco glaciale, ingenuo e potentissimo. Brani come “Fields” fanno capire subito che la provincia italiana sta stretta a questi ragazzi. I critici si sfregano le mani, il pubblico indie impazzisce.

• Earthbeat (2014): Il salto di qualità. Qui il ghiaccio si scioglie e lascia spazio a ritmiche più calde, quasi mistiche. Il disco viene distribuito in Europa, USA e Giappone. Partono per tour infiniti, aprono per i Japandroids, volano al SXSW in Texas e collaborano persino con quartetti d’archi. I Be Forest sono giganti gentili del sottosuolo globale.

• Knocturne (2019): L’abisso. Uscito a febbraio 2019, è il loro disco più notturno (il titolo è un gioco di parole tra knock e nocturne, l’oscurità che bussa alla porta). Prodotto con Steve Scanu e masterizzato da Josh Bonati (già al lavoro proprio con David Lynch), è un bignami di 29 minuti di oscurità elegantissima e minimalista.


Dopo il tour di Knocturne nel 2019, la band è letteralmente evaporata. Niente post sui social, niente singoli strategici, zero annunci. Sui forum e sui social i fan si chiedono periodicamente: “What happened to Be Forest?”. La risposta non è un thriller, ma la cruda e fisiologica realtà della musica indipendente: Knocturne esce esattamente un anno prima del 2020. Quando il Covid-19 azzanna l’Italia e il mondo, congelando la musica dal vivo, spezza le gambe al tour promozionale e all’inerzia creativa di una band che faceva dei live il proprio ossigeno.


I Be Forest non sono mai stati una macchina da grande major programmata per sfornare hit. Hanno sempre rivendicato la propria natura artigianale. Nel frattempo, i componenti hanno seguito altre rotte artistiche e personali (Costanza Delle Rose, ad esempio, ha dato vita al progetto solista Koko). Quando non sei una popstar da classifica, la vita reale e i lavori “veri” per sostenersi richiedono tempo e spazio.


C’è anche una scelta estetica. Chi ha fatto dell’oscurità e della rarefazione il proprio marchio di fabbrica sa che il silenzio ha un valore. Non essendoci pressioni discografiche asfissianti, i Be Forest tornano solo se hanno qualcosa da dire.


I Be Forest non si sono mai ufficialmente sciolti. Sono semplicemente tornati nel bosco da cui sono usciti nel 2009, in attesa che la notte bussi di nuovo alla porta della loro sala prove.

E noi, nostalgici del riverbero, restiamo qui ad aspettare che qualcuno riaccenda l’amplificatore.

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