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Regimantas Miniotas: elogio del piede perno


Dopo aver perso (giocoforza) gran parte dei protagonisti della splendida annata appena trascorsa, è passata quasi sottotraccia invece la conferma di uno dei pochi pilastri che ne hanno decretato la forza.


Il pivot lituano Regimantas Miniotas, nel suo accordo siglato la scorsa stagione di 1+1, aveva la possibilità di uscire unilateralmente dal contratto entro il 30 giugno. E non l’ha fatto.

Sui social i tifosi erano già quasi rassegnati a perderlo, anche perché la società stessa non ha mai pubblicamente dichiarato di aver cercato di trattenerlo (leggendo tra le righe: magari con un aumento o un prolungamento di contratto).


Inoltre da più parti arrivavano sirene di squadre interessate ai suoi servigi (Rimini e Cantù). Invece nulla. Il “Barba” è rimasto. Ci si aspettava un comunicato societario, per trasmettere ai tifosi una delle poche gioie (sin qui) di questo mercato estivo. Invece nulla.

“Era già un nostro giocatore”. Il mantra filtrato da via Bertozzini.


Peccato, perché non c’è mai abbastanza ottimismo in questo mondo. Figuriamoci per un popolo di tifosi che ha visto smembrare quasi per intero una squadra che ha sfiorato la promozione in serie A.


C’è però anche un’altra chiave di lettura. In tanti hanno sotto gli occhi solo il Miniotas dell’ultimo periodo: quello che ha faticato non poco nell’ultima parte di stagione regolare e nei playoff contro Rimini, battagliando contro la maggiore stazza di un gigante come Camara o contro l’atletismo incredibile del giovane Sankare.


Per cui quasi quasi non sarebbe dispiaciuto neppure a loro se il lituano avesse fatto armi e bagagli. La realtà è però che molti hanno la memoria del pesce rosso. Miniotas ha subìto due infortuni muscolari importanti sul finale di stagione, alle due gambe.

E per un giocatore di tale stazza, recuperare appieno dopo due stop del genere non è una passeggiata.


Ecco perché non ha reso come nei mesi precedenti, dove invece era stato praticamente l’unico baluardo sotto canestro al quale tutti guardavano quando si spegnevano le percentuali nel tiro da fuori.


Un giocatore di estrema efficacia e sostanza, magari non propriamente atletico, ma con tecnica e movimenti sublimi sotto le plance.

Un piede perno “vintage” capace di far esaltare anche vecchi boomer della palla-al-cesto come il sottoscritto, che seppur a livelli minors infimi, in quel ruolo ci ha giocato e pasteggiato per anni.


Per intenderci: un piede perno del genere non si vedeva dai tempi di DeMarco Johnson. E chi ha qualche capello bianco in più sa a cosa mi riferisco.

In un basket odierno schiacciato sull’esasperazione del tiro dalla distanza (Steph Curry ed emuli hanno fatti danni inenarrabili in questo), il piede perno è la poesia, è il rifiuto dell’ordine costituito, il ritorno ad un passato dove enormi bipedi di oltre due metri e 110Kg danzavano come ballerini del Bolscioj nei pressi del canestro, per mandare a farfalle l’avversario e trovare il pertugio giusto verso il canestro.


Era il riscatto della classe operaia, alla quale altrimenti si chiedevano solo rimbalzi e botte da orbi da prendere ed elargire in area pitturata.

Ora i lunghi moderni sono perlopiù guardie di oltre due metri, che corrono in campo aperto come gazzelle e a difesa schierata sparano da tre punti come se non ci fosse un domani.

Tranne lui, l’ultimo dei Mohicani lituani, il “Barba” Regimantas Mniotas, che salvo sorprese (mai dire mai), sarà ancora al centro dell’area biancorossa a dispensare perle di tecnica, col suo sublime piede perno da belle èpoque di un basket che fu.

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