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La Fiamma dei Cerchi

FARE LUCE SUI FATTI



Nelle grandi opere di Caravaggio così come negli autori di filosofia, e in particolar modo in quelli che utilizzano la ragione proprio come strumento di svelamento, la luce squarcia il buio e porta in evidenza i dettagli.


Mostra cioè quello che altrimenti rimarrebbe come in ombra, nascosto e perciò tanto non percepito né analizzato perché eccessivamente abbagliato.

La torcia olimpica, se giustamente angolata, può fare lo stesso sulla realtà dei cinque cerchi che rappresentano l’intera umanità.


Oggi, a differenza dell’epoca classica nella quale le Olimpiadi sono nate, possiamo apprezzare l’allargamento del concetto di partecipazione e il cambiamento del significato stesso del gesto atletico.


L’Olimpismo, infatti, essendo la filosofia di vita esplicitata, per volere del fondatore delle Olimpiadi moderne, il barone Pierre de Coubertin, nella Carta Olimpica (concepita sulla falsa riga della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini), si impegna a combattere qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di un Paese o di una persona e promuove l’uguaglianza in tutte le sue forme.


Per questo, per esempio, le donne, un tempo escluse dalle competizioni, eccezione fatta per le ragazze nubili, forse di origine Spartana, ammesse ad un’unica gara di corsa svolta in onore della dea Hera, costituiscono, ai nostri tempi, una presenza non solo numericamente importante, ma anche altamente significativa per i valori che riescono a trasmettere: resilienza, tenacia e determinazione.


E le competizioni maschili che allora costituivano una specie di sublimazione dei valori militareschi (coraggio, prontezza e astuzia), trasformando lo sport in un “gioco di guerra”, ci regalano oggi esempi di lealtà e anche di grazia gestuale.


Ma ancora di più ciò che allontana le Olimpiadi odierne da quelle classiche è l’inclusione vera e propria: tutti, senza distinzione di caratteristica fisica, possono “correre la loro prova”.

Certo il binario è ancora doppio (le Paralimpiadi si svolgono separatamente, dopo e non dentro le Olimpiadi) ma un evento del genere in Grecia sarebbe stato semplicemente impensabile.


La perfezione assoluta del corpo era il prerequisito base per ogni altro tipo di eccellenza. Gli uomini del resto gareggiavano completamente svestiti in ossequio ad una sorta di “sacralità del nudo”.


I paratleti dei tempi contemporanei mostrano, invece, il senso profondo della vita: esserci, sempre e comunque. Sono loro che incarnano, più degli atleti normodotati, il Kairos, quel momento nel quale il tempo quotidiano si ferma per fare posto allo straordinario. Sono loro la vera forza e la vera luce.


Se tutto ciò rappresenta una evoluzione in positivo delle competizioni olimpiche, i lati oscuri che la torcia dovrebbe illuminare sono l’incapacità odierna di realizzare l’“ekecheirìa” (pace olimpica) e l’eccessiva valorizzazione economica dell’evento.


I Giochi classici erano una “tregua sacra”, un periodo nel quale, comunque, le armi tacevano e le guerre venivano sospese. Era forse una parentesi ipocrita? Da un certo punto di vista potrebbe essere letta così.


Ma oggi non è altrettanto ipocrita, se non forse ancora di più, proclamare parole di rispetto per tutti e contemporaneamente far convivere la celebrazione di questi valori con il rumore devastante dei terribili conflitti in corso?


Fra l’altro il richiamo al valore della pace non solo costituisce uno dei punti chiave della Carta Olimpica e quindi di tutto il movimento olimpico, ma dal 1993, sulla base di una risoluzione della Assemblea Generale dell’ONU, ogni due anni, prima dell’inizio delle Olimpiadi e delle Paraolimpiadi estive e invernali, il Presidente dell’Assemblea Generale lancia un Appello Solenne per l’osservanza della tregua (che dovrebbe coprire un arco temporale tra il 7° giorno prima dell’apertura e il 7° giorno successivo alla chiusura dei Giochi).


Appello che come purtroppo si può constatare resta del tutto inascoltato.

Eppure attraverso lo sport praticato o vissuto in senso ecumenico (dal greco oikoumenikos cioè terra abitata) si può apprendere a con-vivere senza entrare in conflitto.


Come ci ha ricordato il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres: «(…) Lo spirito Olimpico consente alle persone di tutto il mondo di stare insieme, di rispettarsi a vicenda, di osservare i temi della tolleranza e della comprensione reciproca. Questi rendono possibili gli elementi fondamentali della pace».


A questa riflessione sugli aspetti disattesi della «religione laica» dello sport aggiungiamo una osservazione sui risvolti economici.

Il vincitore classico otteneva una corona d’alloro, oggi premi elevati e sponsorizzazioni ancor più consistenti. Le vittorie risultano essere più una quotazione che un valore etico e l’indotto finanziario che si agita attorno a tutto l’evento non ne è un corollario, bensì ne costituisce la struttura.


E qui il divario con la visione che dello sport e delle gare sportive avevano i Greci diventa incolmabile. La luce della torcia olimpica potrebbe brillare di un colore più vivido. Se solo volessimo.

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