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Essere Forti, essere Potenti

L’Inganno di Sempre



La storia contemporanea non si differenzia, purtroppo, da quella dei tempi passati: di uomini e donne che, in posizioni di comando, confondano il concetto della forza con quello del potere ne sono piene le vicende umane.

E questo porta con sé, inevitabilmente, guerre e distruzione.

Ma forza e potenza sono concetti molto più “sofisticati” di quanto all’apparenza possano sembrare.


Prendiamo in mano il “Tao Te Ching”, uno dei tre libri classici del taoismo filosofico e apriamolo al capitolo 33; ci troveremo una massima che recita un’intuizione tanto disarmante quanto ostica da assimilare: “Chi domina gli altri è forte; chi domina sé stesso è potente”.

Abbiamo qui tre punti centrali di riflessione: la distinzione tra forza e potenza, la subordinazione della seconda alla prima e, soprattutto, la negazione della valenza positiva del concetto di forza.


Semplificando ma, al tempo stesso, approfondendo, l’autore ci chiarisce, attraverso una forte sintesi, che la vera vittoria o grandezza non si trova all’esterno, ma nel governo di sé stessi. Non sta nell’opprimere, ma nel sapersi contenere.

Si tratta di qualcosa di molto radicale: disattivare cioè la tirannia dell’ego della quale molti, troppi, leader politici sono stati e sono ostaggio.


Si tratta di imparare a frenare la rabbia prima che esploda o a non vivere schiavi del confronto, del desiderio o dell’orgoglio. In questa logica, l’autocontrollo non è forzatura su sé stessi, bensì chiarezza interiore.


Per comprendere appieno la citazione in oggetto bisogna guardare all’insieme del pensiero taoista. Il Tao Te Ching difende una visione del mondo in cui ciò che è più efficace raramente coincide con ciò che è più aggressivo. L’autore, Lao Tse, ammira ciò che è morbido rispetto a ciò che è rigido, il silenzioso rispetto allo stridente, l’umile rispetto all’arrogante. Da qui la sua fascinazione per l’acqua, un’immagine centrale del taoismo, che sembra debole ma finisce per modellare la pietra.


Questo ideale si collega a un altro concetto chiave: il wu wei, spesso tradotto come “non azione”, anche se sarebbe più corretto parlare di azione senza forzature, dell’agire in armonia con il corso naturale delle cose.


Il saggio non si precipita, non insiste nel voler piegare la realtà a colpi di martello. Per questo la frase sul dominare se stessi ha anche una dimensione politica e morale. Suggerisce che l’autorità più solida non nasce dalla paura né dall’imposizione, ma dalla temperanza.

Chi ha bisogno di dimostrare costantemente la propria forza, forse, non è così forte, mentre chi sa governarsi dall’interno possiede già una forma superiore di potere.

Un messaggio di questo tipo risulta oggi quasi sovversivo, ma, in realtà, è stato scritto in tempi assai remoti.


La tradizione cinese, infatti, ci presenta Lao Tse come un saggio dell’antico stato di Chu, del VI secolo a.C., contemporaneo del filosofo cinese Confucio e archivista della dinastia Zhou. Gli storici ritengono, in ogni caso, che il Tao Te Ching sia un’opera composta da più autori tra il IV e il III secolo a.C. Ma questo non ne diminuisce l’importanza.


Il pensiero taoista, pur avendo dato vita ad una religione, contiene molti elementi interessanti di natura filosofica e ci permette anche di compiere (ardite?) comparazioni con la principale religione occidentale, il cristianesimo.


La sua trama non può infatti non ricordarci alcuni capisaldi valorali del messaggio di Cristo così come il richiamo al rapporto tra durezza e morbidezza nel bellissimo passaggio dell’antica preghiera di Pentecoste “Veni Sancte Spiritus” (risalente al XI-XII secolo) che recita: “Piega ciò che è rigido-scalda ciò che è gelido-raddrizza ciò che è sviato”.

Questo a sottolineare che il pensiero umano nella sua ricerca di armonia e giustizia non ha confini né tempo.


Oggi, come sempre, il nemico, per ciascuno e per tutti, si presenta spesso sotto forma di impulsività, dipendenza dall’approvazione altrui, paura del fallimento, bisogno di avere ragione o persino incapacità di fermarsi.

In queste situazioni la vera grandezza non consiste nel vincere tutte le dispute, ma nel non diventarne prigionieri.


Dell’arroganza, dell’ossessione per il controllo e della violenza dell’ego dobbiamo essere sospettosi.

Anche se, certo, è molto più facile comandare sugli altri che imparare a non essere schiavi di sé stessi.

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