Idoli Antichi e Moderni
- Marta Scavolini

- 7 ore fa
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DALL’ORO AL SILICIO

C’è un pericolo dietro l’angolo e questo angolo si avvicina sempre di più; il pericolo di ricadere nella abitudinarietà del gesto, di non riuscire a liberarsene e restare pertanto ingabbiati nella schiavitù della idolatria.
Sembra questa, nella società odierna, una parola quasi assurda, legata com’è ai testi antichi, specialmente quelli a carattere religioso: gli Ebrei che nel deserto si lasciano tentare e costruiscono con le proprie mani un vitello d’oro per poi prostrarsi dinanzi a lui ed adorarlo.
E invece il termine “idolo” è purtroppo quanto mai attuale perché rappresenta l’assurdo tentativo di riporre fiducia cieca in ciò che non può salvarti. È credere che ciò che costruiamo con le nostre mani sia sempre e comunque qualcosa di infallibile.
Ma non è così; l’idolo prima o poi tradisce non perché sia “cattivo” ma perché semplicemente non può darci ciò che non ha.
In questo senso quindi l’idolatria moderna non è diversa da quella antica; anche noi costruiamo qualcosa al quale poi assurdamente pensiamo di poterci affidare del tutto come se fosse più potente di noi.
Il meccanismo è lo stesso, a cambiare sono gli oggetti: prima il vitello d’oro, oggi gli umanoidi che sono candidati perfetti per diventare idoli in quanto non sono semplici strumenti, ma “possessori” di intelligenza e l’intelligenza è la caratteristica che da sempre consideriamo distintiva dell’umanità.
Di fronte a una macchina che sembra pensare, è facile cadere nella tentazione di rimanerne affascinati ed affidarsi ad essa, pensando che possa farci superare ogni limite ed ecco che ci siamo costruiti una divinità domestica modellata secondo la nostra immagine e i nostri desideri alla quale, però poi, cediamo la nostra capacità di giudizio e la nostra libertà.
Quando deleghiamo ad un algoritmo la scelta di cosa leggere, di chi incontrare, di cosa pensare compiamo, come gli Ebrei dinnanzi al vitello d’oro, un sacrificio, ma, questa volta il sacrificio anche se non è cruento è più pesante e fortemente reale perché non sono gli animali ad essere immolati, lo sono parti di noi stessi.
È sacrificare il cuore della nostra umanità sull’altare dell’efficienza. È la rinuncia ad essere soggetti per diventare sudditi. È la sostituzione della realtà con un surrogato.
Ma se invece consideriamo l’IA e gli umanoidi come un mero strumento, potente, ma pur sempre e solo uno strumento, allora possiamo usarli bene, possiamo abitare il e nel mondo digitale senza perdere noi stessi.
Per farlo però abbiamo bisogno di consapevolezza, quella consapevolezza che si acquisisce con l’esercizio critico di ragione.
Incontriamo nella storia della filosofia un bellissimo esempio di uso critico della ragione nell’opera di Francesco Bacone (“Nuovo organo” seconda sezione dell’“Instauratio magna”) autore inglese del XVII secolo che con stile aforistico analizza proprio quelli che lui stesso definisce “idoli che hanno invaso l’intelletto umano gettandovi radici profonde… sì da rendere difficile l’accesso alla verità” (I,38).
L’analisi di Bacone ha, appunto, come obiettivo principale quello di liberare la mente umana da falsi pregiudizi e/o false convinzioni.
E in tal senso potremmo definire la cieca fiducia e il totale abbandono nell’IA una falsa convinzione.
Attraverso l’utilizzo della scienza e della tecnica l’uomo deve poter diventare un uomo migliore e non un uomo passivo e per questo dobbiamo oggi, come non mai, esercitare il nostro diritto a pensare.
Perché solo nel pensiero umano risiede la vera libertà umana.



