Corpo-Anima Convivenza o Unione?
- Marta Scavolini

- 27 apr
- Tempo di lettura: 3 min

Corpi dilaniati dalla guerra, corpi abbandonati, corpi spinti all’eccesso, corpi modificati, corpi ibernati, corpi sparati nello spazio, corpi mercificati, corpi troppo odiati, corpi troppo amati, corpi venerati, corpi esaltati e corpi ridicolizzati.
Corpi. Tanti corpi, troppi corpi.
Che percepiamo, viviamo e usiamo in modi così tanto diversi tra loro da essere a volte profondamente contrastanti e controversi.
Dall’esasperazione sportiva (il corpo spinto oltre possibile limite) alla venerazione religiosa (che può confluire in superstizione) alla totale mancanza di rispetto e di umanità.
Problema sociologico ed etico, quello del corpo, al quale di recente lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi ha dedicato un libro particolare dal titolo “Corpo, umano” nel quale appunto il corpo viene ri-portato al centro della scena.
La filosofia, dal canto suo, ha sempre riservato ampio spazio a questo tema mettendo in evidenza fino a Cartesio, la contrapposizione tra le due dicotomiche visioni: quella del corpo come carcere dell’anima e quella del corpo come strumento dell’anima.
La prima trova nella concezione orfico-pitagorica e platonica (in particolar modo nel “Fedone” (66b-67a) là dove raccontando la morte di Socrate si fa espresso riferimento al corpo (soma) come tomba (sema) dell’anima.
Al contrario la seconda di origine epicurea e stoica vede nel corpo uno strumento a disposizione dell’anima e viene sviluppata da tutti gli autori medioevali, in particolare Plotino.
Entrambe comunque concordano sul fatto che oltre al corpo esista, nel corpo, un qualcosa di diverso, di estraneo, del quale non conosciamo le caratteristiche ma che sopravvive al corpo stesso.
Lo sviluppo della ricerca filosofica approderà poi a percorsi del tutto diversi come il materialismo più estremo, che cancella definitivamente ogni traccia di anima, alle interpretazioni complesse, a volte vicine alle scienze neurologiche e psichiatriche, degli autori del Novecento più inclini ad accettare l’idea dell’anima “mortale”.
Ma le visioni più radicalmente sconvolgenti non appartengono alla filosofia, bensì ci arrivano dalle religioni: quelle orientali dell’antica India, come il buddismo e il cristianesimo.
Per le prime, dopo la morte, l’anima trasmigra da un corpo all’altro fin quando non si è completamente affrancata dalla materia (Metempsicosi dal gr. μετεμψύχωσις, composto da μετά preposizione che indica il trasferimento, έν «dentro» e ψυχή «anima»).
Il cristianesimo invece va oltre: non solo ammette l’esistenza delle due entità (corpo e anima), riconoscendo l’immortalità della seconda, ma nobilita il primo sostenendo che pur essendo corruttibile, in quanto obbligato a passare attraverso la morte, il suo destino ultimo è quello di risorgere. Pertanto è l’individuo nella sua unità di corpo e anima ad essere immortale.
Il corpo di Cristo, primo dei risorti, diventa IL CORPO che fra l’altro viene donato, nella eucaristia, a tutti i credenti.
Visioni del tutto rivoluzionarie nella storia del pensiero che aprono prospettive diverse nell’atteggiamento verso il corpo e il modo in cui lo percepiamo e viviamo.
A questo qualcosa gli autori attribuivano nomi diversi (il più comune psyché cioè “soffio”, “respiro vitale”), ma la stessa funzione: l’anima è il principio della vita.
Tutto cambia da Cartesio in poi quando con la sua formulazione della separazione netta tra res extensa (il corpo capace di funzionare anche senza l’anima perché simile ad un automa) e la res cogitans (coincidente con le funzioni mentali) entriamo nel meccanicismo e negli innumerevoli tentativi di risolvere il problema di quali siano le strade attraverso cui le due res dialogano tra loro.
Ma qualunque sia la nostra personale opinione il problema sociologico ed etico resta: che si voglia accettare o meno l’esistenza dell’anima e la sua possibile immortalità, che si voglia propendere o meno per il riconoscimento di una futura immortalità anche del corpo, il rispetto che si deve al proprio corpo e al corpo altrui appartiene alla sfera della dignità umana.
Non possiamo chiamarci genere umano progredito se non comprendiamo fondamentale ed ineludibile riconoscere che del Corpo, dei Corpi non possiamo e quindi non dobbiamo farne scempio.
Qualunque scempio.



