Henry James e la sua Missione Impossibile

Ci sono amori e cotte estive che durano il tempo di un cocktail in spiaggia, e poi c’è il 1992 della Scavolini Pesaro. Un’annata in cui la dirigenza biancorossa, reduce dai fasti di un regno dorato, decise di compiere quel classico azzardo d’amore che in psicologia verrebbe definito “sindrome da chiodo schiaccia chiodo”.
Solo che, al posto del chiodo, qui avevamo a che fare con una trave d’acciaio massiccio: Darren Daye. Immaginate la scena. A Pesaro si passeggiava ancora col cuore gonfio di tricolori, coriandoli e ricordi di un periodo dorato fatto di trionfi e medaglie sul petto. Daye non era solo un giocatore: era il simbolo di questo paradiso, l’uomo che aveva regalato alla città due scudetti cuciti sulla pelle, colui per il quale i tifosi avrebbero fatto causa a chiunque osasse dire che Michael Jordan fosse il numero uno. Sostituire Darren Daye era un po’ come pretendere che i tifosi pesaresi si innamorassero di un sostituto scelto a caso tra i passeggeri della fermata del bus.
Eppure, Alberto Bucci, il nuovo esperto coach, chiamato a sostituire Sergio Scariolo, decide che per la squadra, che contava su un nuovo giovanissimo astro nascente (Carlton Myers), Daye non serviva più.
E così dagli Stati Uniti, con quel profumo di grande basket e la promessa di mani fatate, sbarcato direttamente dai radar NBA, ecco spuntare lui: Henry James. Curriculum alla mano, il ragazzo prometteva anche bene. Un’ala di due metri e tre, tiratore mortifero, passato nei parquet più prestigiosi del pianeta. Sulla carta, un colpo da maestro. Nella realtà dei fatti pesaresi, l’impatto fu più o meno paragonabile a quello di un meteorite di passaggio che, anziché incendiare il parquet del Hangar di Via dei Partigiani, si limitò a sfiorare l’atmosfera e a dileguarsi nel nulla cosmico.
La convivenza tattica tra le aspettative della piazza e il buon Henry durò esattamente il tempo di un sospiro: sette partite. Sì, avete letto bene. Sette particelle di sodio in un oceano di nostalgia. In quel pugno di apparizioni, James cercò anche di fare il suo mestiere, timbrando un rispettabile carnet di 12.4 punti a sera. Numeri che, in un contesto normale, ti farebbero pure guadagnare una pacca sulla spalla.
Ma a Pesaro, nel 1992, quei 12 punti sembravano sussurrati sottovoce in una cattedrale gotica dove tutti volevano sentire urlare il nome di Daye, il “Cerbiatto di Des Moines” che fece innamorare per 4 anni un’intera città con il suo basket totale, fatto di pennellate alla Raffaello su ogni lato del campo, che per lui però era la cosa più semplice del mondo.
Mentre i tifosi cercavano di capire se Henry fosse un cecchino o un turista capitato lì per sbaglio, il povero James, con la valigia perennemente aperta vicino all’armadietto dello spogliatoio, dovette realizzare l’amara verità: la Vuelle di allora non cercava un giocatore di pallacanestro, cercava un miracolo di reincarnazione. E i miracoli, si sa, li ha fatti solamente un Signore poco più di 2000 anni fa. Che poi a dirla tutta il buon Henry era anche un discreto giocatore con una grande arma: il tiro da fuori. Ma oltre a quello, il paragone col predecessore fu davvero impietoso.
Purtroppo per lui, la sfida non si pose mai neppure per un istante. Il commiato fu di una rapidità disarmante. Nessun dramma hollywoodiano, nessuna lacrima strappacuore, ma un dignitoso e mestissimo “grazie e arrivederci”, rispedito velocemente oltreoceano prima che il freddo della Pesaro d’inverno potesse congelargli del tutto le percentuali da tre punti.
Al suo posto arrivò l’onesto Pete Myers, in una squadra che di Myers già ne contava uno (Carlton), ma questa è un’altra storia che forse racconterò in futuro.
Alla fine, negli almanacchi della VL, Henry James è rimasto poco più di una nota a piè di pagina, una meteora simpatica ma spettrale, l’eponimo perfetto di quel vecchio adagio di Seneca che recita: “Nessun uomo è abbastanza grande da riempire il vuoto lasciato da un grande predecessore”.
Figuriamoci dal più grande di tutti.




