Gli anziani: lasciati morire
- Beatrice Terenzi

- 27 lug
- Tempo di lettura: 2 min

Una volta gli anziani rimanevano in casa. Altri tempi, altre condizioni, altri ritmi. Adesso ci sono le strutture che li accolgono. Che sono anche, per alcuni, un business.
Oggi la popolazione più numerosa è quella della terza età. Strutture che hanno una importanza altissima, perché hanno la responsabilità, anche morale, di accompagnare queste persone ormai grandi negli ultimi anni della loro vita. Eppure non tutte sono all’altezza del ruolo anche etico che dovrebbero ricoprire.
Non si tratta solo di accudire queste persone materialmente, aiutandole a mangiare, lavandole, vestendole, medicandole, rimboccandogli le coperte. Si tratta di qualcosa di più. Di gestire il meglio possibile gli ultimi momenti della loro esistenza.
Invece purtroppo ci sono realtà che non riescono a raggiungere questo compito, spesso non per loro volontà, ma per limitatezza di strumenti atti alla realizzazione di attività. E così questi anziani si ritrovano, oltre al peso dell’età, agli acciacchi, ai dolori fisici e mentali, anche giornate vuote. In cui non fanno altro che aspettare e attendere la morte.
Non dovrebbe essere così.
Dovrebbero avere la possibilità di svolgere delle attività ludiche, culturali, manuali, accompagnate perché no anche dalla pet therapy.
Mancano però le risorse, umane ed economiche. Ma è cosa buona e giusta che si trovino tramite lo Stato e i privati. Non è auspicabile e neppure rispettoso che queste persone vengono abbandonate a sé stesse, lasciate morire dentro, non solo biologicamente. Soprattutto nel loro intelletto.
La loro testa è già avvolta dalla nostalgia, dai ricordi, dalla perdita e da un futuro che non c’è più. Basterebbe talmente poco a creare in queste strutture situazioni in cui gli ospiti possano esprimersi ancora, perché molti di loro possono ancora esprimersi. Naturalmente il corpo è rallentato, ma la mente se è ancora lucida ha voglia di essere allenata, stimolata.
Ecco perché qui entrano in gioco quelle associazioni che potrebbero proporsi per portare all’interno di queste realtà una ventata. Soprattutto portare affetto, vicinanza, rapporti, relazioni umane, empatia.
Chi ci lavora, essendoci una bassa percentuale di personale, non ha a volte tempo neppure di scambiare una parola con gli utenti, devono correre per le esigenze primarie, materiali, logistiche. Non è assolutamente loro la colpa.
È urgente trovare più personale infermieristico e più operatori socio sanitari, ma anche stringere delle collaborazioni con mondi che possano creare una rete di attività affinché le ultime giornate degli anziani possano essere rallegrate e trascorse con dignità.



