Aspettando Felder
- Matteo Fattori

- 22 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min

In questo strano, entusiasmante e inaspettato autunno, fatto di vittorie e primati di classifica, nelle ultime giornate sono purtroppo (come era prevedi bile) comparse alcune nubi all’orizzonte. La prima (ad oggi, 5 dicembre) si chiama sconfitta ed è ciò che è avvenuto contro due squadre comunque attrezzate come Cividale e Torino. In mezzo la vittoria di Forlì, avvenuta non senza pochi affanni con un finale pirotecnico dei romagnoli. Se nelle ultime 3 gare gli avversari tirano da 3 punti col 55% è facile perdere, ma di certo va analizzato perché hanno tirato con tali percentuali.
Disattenzioni difensive? Forse, ma la realtà è che la sconfitta va imputata più alle “attenzioni” difensive degli avversari, in particolare su Miniotas, sin qui un autentico rebus per gli avversari. Gli allenatori di Cividale, Forlì e Torino (Pillastrini, Martino e Moretti, vecchie volpi della panchina) hanno capito prima di altri che il pivot lituano è il fulcro del gioco bianco rosso e togliergli ossigeno e visuale, magari a discapito di qualche concessione in più sul perimetro, è la strategia giusta per ottenere i due punti contro la Vuelle rompendo l’ingranaggio principale della fantastica macchina da canestri messa in piedi da Spiro Leka e i suoi assistenti.
E poi c’è la seconda nube, che ha un nome e un co gnome: Kay Felder. Il giocatore americano, che doveva essere il fuoriclasse in grado di far luccicare gli occhi a tutti con le sue giocate, ha quasi passato più tempo in infermeria che in campo e le volte che è stato schierato sul parquet, soprattutto nelle ultime uscite, è sembrato quasi un corpo estraneo, rinunciatario, preferendo giocare di sponda invece che ergersi a protagonista.
Kay è diventato il vero caso di queste ultime settimane, uno degli argomenti principali sui giornali e sulle bocche di tutti i tifosi. Sta male? Fa finta? Ha paura? Non si sente coinvolto? Ha nostalgia di casa? Coach Leka in sala stampa dopo la vittoria contro Forlì ha detto che Kay ha giocato nonostante il riacutizzarsi del dolore al piede patito contro Pistoia, ma ha anche ammesso che nonostante questo si aspettava molto di più in campo da lui. Poi lo stop contro Torino e il Ds Nicola Egidio che in sala stampa si pone come parafulmine contro tutte le dicerie che circolano: il giocatore sarà valutato da uno specialista per capire cosa realmente ha questo pie de dolorante.
E il risultato è arrivato il 2 dicembre: Felder non ha nulla di clinicamente evidente. Un responso che accontenta tutti e nessuno perché si è giustamente contenti per la sua salute, ma il giocatore continua a lamentare dolore e lo staff medico, esito negativo delle visite in mano, deve comunque rimetterlo in condizione di giocare. La domanda a questo punto sorge spontanea: quanto tempo ancora la società è disposta ad aspettare il “vero” Kay Felder?
Quanto tempo la Vuelle sarà costretta a “regalare” un americano agli avversari? Perché sarà pur vero come dice Egidio che la forza della squadra è il collettivo, ma un americano, con questo pedigree per giunta (e con un contratto certamente proporzionale al suo blasone), è stato preso per “fare la differenza” e sin qui di differenza, prodotta dall’ex Cleveland Cavaliers, se n’è vista ben poca. Si è finiti dunque in una situazione di stallo, che solo lui può risolvere, prima o poi, nel bene o nel male. “Andiamo.” “Non possiamo.” “Perché no?” “Per ché stiamo aspettando Godot”. Scriveva Samuel Beckett. E noi stiamo ancora tutti aspettando Felder.





