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800 Anni e non Sentirli

11 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min

In questo 2026 ricorre l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226. Ma Francesco non appartiene alla polvere della storia: è un uomo che ha interrogato la sua epoca e che continua a interrogare la nostra. La sua vita è attraversata dalle stesse tensioni che abitano ogni generazione, ma in Francesco il Vangelo prende corpo e si fa stile di vita e questo cambia tutto.


Il suo sguardo cambia direzione: da sé verso l’altro, dall’avere all’essere, dal mondo dei privilegi al mondo della Grazia. La sua povertà non è rinuncia, ma scelta di libertà; la sua fraternità non è idealismo, ma concretezza evangelica; la sua pace non è neutralità, ma passione per la giustizia e la riconciliazione. In un mondo che teme la fragilità e misura tutto in termini di efficienza, Francesco mostra che la debolezza può diventare luogo di forza, e che la vera gioia nasce quando ci si dona. Per questo la sua figura resta sorprendentemente contemporanea.


Quale eredità possiamo raccogliere da Francesco? Di cosa in particolare oggi abbiamo necessità?


Francesco spera. “Altissimo, Onnipotente, bon Signore” come inizia il Cantico delle Creature, spera in quel “buono”. Che possa essere vero. La speranza che sia buono con me, il peggiore. E che sia buono con tutti. La speranza per lui non è uno sforzo, ma una speranza semplice: quando sente il suo cuore perdersi, il suo cuore ferito, va a cercare il volto del Crocefisso, cerca il volto dell’Amico.


Dinanzi a Francesco proviamo a parlare di noi, guardiamo noi stessi. Cosa sappiamo della nostra speranza? Speriamo in... Speriamo cosa... Nella salute nostra e dei nostri cari. E poi? Cosa speriamo? Troppo spesso abbiamo una speranza di superficie, posta sotto una coltre di luoghi comuni, nella ricerca dell’equilibrio, del benessere. Non speriamo nemmeno quasi che finiscano le guerre, le stragi. Le osserviamo anestetizzati. La noia, diceva il poeta Baudelaire, è il peggiore dei vizi.


Oppure cerchiamo emozioni, sempre più forti. Ma la speranza non è un’emozione. È piuttosto una posizione, una postura, come si direbbe oggi, è un modo di “stare al mondo”. E oggi il rischio è che poiché non si “sta al mondo”, ma troppo spesso nel metaverso, come la chiamano gli studiosi, dove internet diventa un luogo tridimensionale in cui le persone, persi tra dati e like, possono muoversi, interagire e fare esperienze insieme usando un alter ego virtuale, non si senta più la necessità della speranza.


Francesco invece “sta al mondo” e perciò con libertà può ascoltare il grido disperato che si alza intorno a lui o nel suo cuore. E volge lo sguardo a chi merita da ogni creatura la lode, non solo perché Altissimo e Onnipotente. Ci sarebbe poco da sperare da uno Altissimo e Onnipotente, ma Dio si mostra buono, accanto. Francesco guarda il Crocifisso e guarda con tenerezza il Bambino posto nella mangiatoia.


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