Fetonte o del Cambiamento Climatico
Il mito insegna ancora se lo ascoltiamo

Fetonte era figlio di Febo-Apollo e di Climene, sposa di Merope re degli Etiopi, ma gli amici non lo credevano. Egli volle perciò averne conferma, e la madre, rassicuratolo, lo spronò a recarsi nella reggia del padre affinché ogni suo dubbio cadesse dinanzi alle parole stesse del dio. Febo, abbracciato il figlio, a dimostrazione del vero affetto paterno che lo animava, gli promise di concedergli qualsiasi cosa egli avesse richiesto e Fetonte domandò di poter guidare per un giorno intero il carro del Sole. Invano Febo tentò di dissuaderlo prospettandogli i pericoli della folle impresa, ma egli insistette così tanto che la promessa dovette essere mantenuta.
Fetonte quindi, salito in cielo, rimase ben presto sconvolto dallo spavento, e i cavalli, non sentendo alle redini una mano autorevole, iniziarono una pazza corsa, sconvolgendo l’ordine cosmico e turbando le costellazioni celesti. Bruciarono monti e selve, si seccarono fiumi, intere città furono distrutte. La Terra, riarsa, invocò l’intervento di Giove: il quale pose fine alla tragedia con un fulmine giustiziere che fece precipitare il corpo dell’incauto figlio nel Po.
Questo mito è ampiamente narrato nel secondo canto delle “Metamorfosi di Ovidio”, di cui costituisce uno degli episodi più famosi.
Ora sostituiamo a Fetonte l’umanità di oggi e abbiamo una perfetta metafora ecologica: Ovidio con questo racconto viene ad anticipare drammaticamente i disastri ambientali e climatici che stiamo vivendo.
Certo la prospettiva non è scientifica, ma Fetonte, in quanto auriga sconsiderato che ciecamente, preso solo da sé stesso, pensa esclusivamente a quel momento senza considerare le conseguenze delle proprie azioni, è il modello perfetto dell’uomo moderno che ha del mondo una visione meramente antropocentrica.
Visione quest’ultima che parte da lontano, almeno dall’epoca Illuministica, quando la cultura occidentale ha iniziato a credere nel concetto di un progresso illimitato: un progresso cioè senza fine, basato sullo sfruttamento della natura considerata come oggetto.
Nel rapporto tra quest’ultima e l’uomo era ormai l’uomo, infatti, ed essere visto come il padrone. Conseguentemente alla natura veniva tolta ogni dignità.
Poche le voci dissidenti anche di fronte alle prime avvisaglie Tra queste spiccano, tralasciando le fredde ma spietate ed incontrovertibili analisi degli scienziati, quelle di un filosofo, un politico e un Papa: Hans Jonas, Alexander Langer e Papa Francesco che da punti di vista diversi ci “hanno gridato” di “convertirci” cioè di cambiare strada.
In termini kantiani si tratta di effettuare una nuova “rivoluzione copernicana” che sposti l’uomo dal centro alla periferia perché la Terra è “la casa comune”, non la proprietà privata del genere umano.
E così se la casa non la “curi” prima o poi, come stiamo vedendo, ti crollerà addosso.
Ciò che ci serve è una nuova morale che tenga in considerazione le componenti non umane che abitano con noi la stessa casa e le generazioni future che hanno pari diritto ad abitarla domani.
Ma ci serve anche che questa nuova morale penetri il nostro vivere quotidiano, indirizzando tutte le nostre scelte e tutte le nostre azioni ogni giorno, anche nei gesti più piccoli, diventando un “habitus” mentale e che la Politica cominci, nella speranza che non sia già troppo tardi, a porre l’uomo e la sua casa prima di qualsiasi interesse.
Perché la natura sta, semplicemente ma inevitabilmente, facendo quello che noi, nel nostro egoismo, l’abbiamo spinta a fare.



