I Poveri sono Silenziosi, quasi come le Cose»
Persone in difficoltà rimangono ai margini delle nostre strade e, come il sacerdote e il levita (Lc.10,25-37), facciamo finta di non accorgerci: siamo riusciti a rendere silenzioso il grido degli ultimi.
Uno dei compiti della Caritas e di questo report, è quello di fare in modo che la povertà possa interpellare le persone e la società in cui viviamo, in una sorta di formazione continua alla cittadinanza per poter costruire “comunità responsabili, speranze possibili”.
Una prima riflessione per un pensiero condiviso, è di sapersi mettere nei panni di un “escluso” per sperimentare, almeno per un momento, l’essere poveri oggi in una comunità consumistica, fragile, frammentata e impaurita.
Oggi il povero è considerato, secondo una lettura del sociologo Zygmunt Bauman, un “consumatore difettoso”, economicamente inutile ed è inserito nella classe sociale degli “scarti” del mercato. La nostra società non si occupa più di integrazione e riscatto dei poveri ma adotta politiche di contenimento e di sorveglianza, accetta l’intervento caritatevole purché non si coniughi con quello di giustizia. Si è quindi sviluppata una diffusa “indifferenza morale” verso la sofferenza delle persone fragili. I poveri, in una “società impoverita”, sono inutili e un peso: cresce un sentimento che li rende indesiderabili, perché non producono, non consumano, costano, quindi non si ha nessun dovere morale nei loro confronti.
Siccome dobbiamo fare i conti con i nostri sensi di colpa e non riusciamo ad esprimere apertamente questi “cattivi pensieri” che covano nel nostro animo, abbiamo pensato bene di confondere la povertà con la criminalità, in modo da bandire ogni nostro obbligo morale e civile nei loro confronti. “Quando i poveri vengono considerati criminali, in potenza o in atto, cessano di costituire un problema morale e ci esimono dalle nostre responsabilità sociali.” (Bauman).
Non si pone più il problema di come aiutarli nel loro tragico destino, bensì quello di difendere la vita e i beni delle persone normali dalle minacce di chi sta degradando i loro quartieri.
Oggi anche nel nostro territorio è in atto una colpevolizzazione e una criminalizzazione del povero in quanto povero (immigrato, senza fissa dimora, mendicante …): la povertà diventa lo stigma di una “malattia vergognosa”. Il povero viene reso più povero negandogli i diritti, come la cittadinanza, la residenza, un tetto ….
Il monaco di Bose, Luciano Manicardi, descrive molto bene questa situazione: “Il sottile e complesso meccanismo della vergogna spesso fa sì che chi dovrebbe vergognarsi, di fronte ai poveri, mendicanti, immigrati, per l’umanità offesa e conculcata degli altri e dovrebbe provare imbarazzo e vergogna per la sproporzione tra il proprio benessere e la miseria degli altri, mostrando così un principio almeno di empatia e di coscienza di comune umanità, si sottragga alla vergogna trasferendola sulle vittime e appiccicandola a loro. Per non dovermi vergognare io, ricco di fronte alle condizioni miserevoli del povero, lo colpevolizzo, lo rendo ignobile, faccio in modo che lui stesso debba vergognarsi di quel che è”.
Fare i conti con i sentimenti della paura e della vergogna, ci obbliga ad un lavoro culturale, educativo e di critica del nostro sistema, ed è un lavoro che deve coinvolgere tutti, dalle istituzioni al singolo volontario.
Solo così, oltre le persone, potranno cambiare anche i luoghi. Senza essere nostalgici, dobbiamo dire che Pesaro, come tante città, ha un contesto sociale completamente cambiato. Ci alziamo la mattina e pensiamo di dover competere con tutto il mondo: sempre più separati, sempre più soli, con qualche nemico da combattere.
Una seconda riflessione, che nasce dai dati del report, è come la povertà, che stiamo cercando di emarginare nelle nostre periferie della mente e del territorio, sia entrata nel tessuto urbano della normalità. Stanno crescendo i “nuovi poveri”, quelli che pur avendo un lavoro non ce la fanno, i ceti medi che faticano a gestire la quotidianità, chi si è affidato a “finanziarie” per poter rimanere un cittadino consumatore.
Sono in aumento le persone che presentano più bisogni (multi-problematiche), si sta abbassando l’età di chi bussa alla Caritas e tra questi ci sono giovani con fragilità psicologiche.
In una situazione così complessa e variegata, non possiamo più muoverci da soli, dobbiamo sentirci corresponsabili. “Quello che manca non è tanto l’impegno e il coraggio di tante persone, manca l’audacia propria di tutta una comunità, insieme” (don Luigi Ciotti). Solo un noi unito e coraggioso potrà produrre un cambiamento e lasciare alle spalle una stagione di ingiustizie e anche di tanta disumanità.
La risposta deve essere collettiva: ancora una volta si pone il tema di camminare insieme, di costruire reti, legami e relazioni, perché alla base dell’identità personale e sociale del nostro territorio, ci sia la corresponsabilità del noi.
Se riuscissimo a lavorare insieme potremmo allenare un occhio attento e vigile, che potrebbe condurre inevitabilmente alla cura dei luoghi e delle persone.
Vorrei concludere con le parole della giornalista ucraina Oleksandra Matvijcuk dalla rivista “Internazionale” del Febbraio 2026:
“…seminiamo per un atto di fede, sapendo che la primavera inevitabilmente arriverà e tutto quello che abbiamo seminato crescerà. Sì, è un lavoro lungo. Ma è chi fa progetti a lungo termine che avrà la meglio. Ora so molte cose sulla speranza. La speranza non è la convinzione che tutto andrà bene. La speranza è la profonda consapevolezza che tutti i nostri sforzi hanno un senso”.
N.B. I dati del report sono disponibili sul sito Caritas diocesi di Pesaro.




