Cheap Wine Sano, vecchio e fottuto Rock
- Matteo Fattori

- 27 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min

Quando parte un loro disco si è catapultati immediatamente nelle grandi pianure Nebraska in quelle highway americane senza fine tra deserti spogli, dove solo qualche cactus emerge di tanto in tanto e le stazioni di benzina impolverata sono le uniche interruzioni visive che distanziano i km percorsi.
Eppure ci si sente assolutamente liberi e rilassati, coi capelli mossi dal vento del finestrino abbassato, pensando a chi o che cosa ci attende al termine del percorso oppure semplicemente a godere il momento. Perché in fondo spesso è quasi più importante il viaggio della meta finale.
Nebraska, come la terra cantata nell’omonimo album di Bruce Springsteen e non è un caso, perché se c’è un nume tutelare per i pesaresi Cheap Wine, questo è proprio il “Boss” dal cui stile a cavallo tra folk, country e classic rock, hanno sempre attinto a mani basse, senza peraltro mai vergognarsene.
Il quartetto nostrano sta per svalicare i 30 anni di carriera rimanendo sempre fedeli a se stesso e migliorando di anno in anno la qualità dei loro lavori come il whisky invecchiato in botti di rovere.
I fratelli fondatori Marco e Michele Diamantini (voce e chitarra) sono da sempre il cuore e il motore pulsante del gruppo, ai quali si sono nel tempo succeduti altri validi componenti a formare la sezione ritmica, sino a stabilizzarsi da oltre un decennio con Alan Giannini alla batteria e Andrea Giaro al basso.
Il sound è quello di sempre, che dagli esordi spumeggianti si consolida e matura sino ai giorni nostri in una miscela assolutamente di qualità: ricercato, prezioso, caldo e di classe assoluta.
La minuzia nell’autoproduzione dei Cheap Wine si vede nei lavori in studio ed esplode nelle sessioni live.
Dal primissimo lavoro del 1997 “Pictures”, sino all’ultimo “Yeld” del 2022 la voglia di sfornare riff sempre azzeccatissimi su melodie vocali ricercate, non verrà mai meno, alternando ballad monumentali a cavalcate elettriche imponenti.
Springsteen si diceva, ma non solo. Perché c’è tanto anche di Neil Young, Bob Dylan, Tom Petty, Allman Brothes, Tom Waits e molti altri. Perché è come il principio fisico di conservazione della massa: nulla si crea, né si distrugge, tutto si trasforma. E allora perché non trasformare la musica attingendo dal meglio in circolazione?
Insomma il meglio del meglio del meglio portato a livelli forse impensabili per un gruppo che viene da una provincia italiana quasi sconosciuta alle grandi latitudini della discografia mondiale. Perché i Wine non hanno mai avuto l’impellenza di diventare rockstar mondiali, ma solo la voglia di suonare del sano, vecchio e fottuto rock.
5 pezzi: “Leave me a drain”, “City lights”, “Mary”, “The fairy has your wings”, “One more cup of coffee” (cover Dylan).



